6 ottobre 2017

La scrittura vista da ETHAN CANIN







Per i personaggi devi lasciarti andare. Abbandona le intenzioni grandiose, le ambizioni, le tue idee di umanità, letteratura e filosofia, e focalizzati sul diventare un’altra persona – cosa che, tra l’altro, è liberatoria e deliziosa, nonché una delle poche vere gioie regalate dalla scrittura. Smetti di proccuparti di scrivere un grande romanzo; trasformati soltanto in un altro essere umano.










Ethan Andrew Canin (Ann Arbor, U.S.A., 19 luglio 1960) ha portato avanti per anni la medicina e la scrittura, prima di scegliere la seconda. Dal 1998 insegna presso lo Iowa Writers' Workshop, dove ha visto crescere scrittori di grande talento. Ha pubblicato Imperatore dell'aria (Mondadori, 1989), L'amico di New York (Piemme, 2000), America America (Ponte alle Grazie, 2009) e Portami al di là del fiume (Ponte alle Grazie, 2010). Nel tempo libero si occupa della ristrutturazione di due vecchie case, in una delle quali vive con la moglie, i tre figli e quattro galline.






27 settembre 2017

Dall'Olimpo con furore



 Walt Disney - l'Olimpo


 Avere le idee chiare sulla direzione da prendere,
ma muoversi al rallentatore.
Succede, nella vita come nella scrittura.
Serve una spinta… oppure basta disinserire il freno a mano?



Sono critica con me stessa. Nei miei confronti uso criteri molto più restrittivi di quelli che applico al resto dell’umanità. Mi rimprovero per ogni errore e omissione, mi scandalizzo persino: se vedo chiaramente come dovrei comportarmi, perché non progredisco in fretta? Almeno in teoria, mi dico, l'intransigenza dovrebbe accelerare il processo.

Alla prova dei fatti, è vero il contrario. La severità che ho nei miei confronti mi fa sentire costantemente al di sotto delle aspettative, produce sensi di colpa e mina la mia autostima, tutte delizie che a loro volta rendono più probabili gli errori e mi rendono meno intraprendente. Meglio cercare una via di uscita da questo circolo vizioso.

Inizierei con il togliere di mezzo il verbo “dovere”, che ho iniziato a considerare uno dei Mali del mondo. È vero, esistono cose che devo fare, ma sono un numero molto più ristretto di quanto sono abituata a credere. Devo curare la revisione della storia, perché la prima stesura è improponibile a chicchessia. Devo procurarmi del cibo se voglio mangiare. Per passare l’esame di guida devo raggiungere un certo punteggio. Tutte queste attività avvengono nell’ambito del fare e hanno uno scopo ben preciso, che le pone al di fuori delle mie scelte e dei miei gusti personali: mi serve X, perciò devo fare Y. In tutti questi casi il verbo “dovere” funziona soltanto da rafforzativo. Tanto varrebbe ometterlo, e non creare un’atmosfera di coercizione su fatti ovvi.

Ma esistono casi in cui il dover fare nasconde una contraddizione, e i miei “devo” si trasformano in “dovrei”. Dovrei scrivere almeno mezz’ora al giorno, visto che so quanto sia importante l’abitudine. Dovrei smettere il brainstorming generale sulla Nuova Storia e iniziare a delineare una scaletta, se voglio iniziare la prima stesura. E poi dovrei fare compagnia a mia madre, smettere di battibeccare con mio marito, meditare ogni giorno anziché a giorni sparsi…

A guardarci da vicino, però, qui non si tratta di dover fare, quanto piuttosto di dover essere. Vorrei obbligarmi a essere meno pigra, più coraggiosa, più compassionevole, più paziente. Peccato che l’incompatibilità tra i termini “dovere” ed “essere” inceppi il meccanismo preposto a trasformare le mie idee in azioni, e invece di spronarmi mi mantenga ferma sul posto. Inutile girarci intorno: non posso essere migliore a comando... nemmeno se al comando ci sono io.

Purtroppo la gestione dei “dovrei” è costosa in termini energetici, oltre che vacillante nelle premesse. Le cose, così come sono, hanno sempre una ragion d’essere. Niente viene dal niente; tutto ha una causa, per quanto nascosta. C’è un motivo se reagisco in un certo modo in determinate situazioni, se cose che per altri sono normali mi costano un grande sforzo, se amo questo e detesto quello. In fondo è il principio dell’interdipendenza di cui parla la filosofia buddista: “questo è, perché quello è; questo non è perché quello non è”. Tutto ha una causa, e le cause sono a loro volta causate, in una catena senza fine. Questo mi ricorda quanto sia importante riuscire a perdonare non solo gli altri, ma anche – anzi, prima di tutto – se stessi per le proprie manchevolezze, e imparare a conviverci in una certa misura.

Il miglioramento parte da dentro


Sono come sono, in questo specifico momento della mia vita, per milioni di circostanze che decido di perdonare a scatola chiusa. Questo non significa certo che io non possa cambiare. Anzi, sono ogni giorno diversa; e non si tratta di un processo esclusivamente involontario: posso indirizzare idee, pensieri, energie nella direzione che reputo migliore, più al passo con i miei valori e i miei gusti di oggi, ed essere certa che questo lavoro dall’interno mi modificherà – forse in tempi più lenti di quanto vorrei, ma comunque in modo percepibile – e quel cambiamento interiore si rifletterà all'esterno.

Non basta la teoria


In un angolino di me – ben nascosto, o l’avrei già smantellato – alberga la certezza che ogni idea positiva che produco o assorbo sia già un trofeo acquisito. Illusione! Le idee, per buone che siano, sono soltanto una fase preparatoria alla messa in pratica. Se non mi “sporco le mani” (tanto per parodiare il titolo di un manuale di scrittura a caso), le idee restano interessanti ma vuote. È l’esperienza viva che produce il cambiamento.

Concentrarsi sulle battaglie, non sulla guerra


Da brava teorica, mi viene spontaneo pensare sempre le cose in grande – quello che definisco “ragionare dall’Olimpo”, quando a praticarlo è mio figlio. Riuscirò a vivere meglio i miei rapporti più problematici? Ce la farò a scrivere fino in fondo la Nuova Storia? Sarà bellissima come la immagino adesso, mentre è ancora ben sigillata nella mia fantasia? Ritroverò il piacere di cucinare?

È come se mi ostinassi a strabuzzare gli occhi per vedere oltre l’orizzonte, quando in realtà è buio e posso vedere due metri oltre i miei piedi. Per questo ho pensato di rivedere la diffusa convinzione che ci si debba concentrare non sulle singole battaglie, ma sulla guerra. Se l’obiettivo è preciso e affrontabile, questo ragionamento fila; ma su argomenti meno tangibili – quelli che coinvolgono l’essere, e non semplicemente il fare – la guerra si fa contro la nebbia. Non esistono tattiche rodate, non esiste un preciso punto di arrivo; può persino capitare di cambiare idea in corso d’opera sulla validità dell’obiettivo. Che sia vera guerra, lo capisco solo dai disagi che mi causa. Le battaglie, invece, le individuo benissimo – così bene che so in anticipo su quali bucce di banana scivolerò.

Per questo voglio focalizzare i miei sforzi proprio su queste quotidiane battaglie, non considerandole nel loro insieme, ma singolarmente, come mini-guerre a sé stanti, accettando con filosofia di alternare vittorie, sconfitte e pareggi, senza mettere in gioco chissà quali poste. Non so se in futuro sarò costante nello scrivere, ma oggi scrivo per un’ora. Può darsi che quella persona continuerà a irritarmi appena apre bocca, ma stavolta concludo il nostro incontro con un sorriso. Arte culinaria o meno, domani preparerò la cheesecake ai frutti di bosco.

“Baby steps”, li definiscono i colleghi anglofoni. Piccoli passi, passi leggeri. Smetto di preoccuparmi del Grande Quadro e faccio la mia parte come posso, senza perdermi tra autocritiche che si sono già dimostrate dannose.


E voi, come ve la cavate con le vostre sfide personali? Ragionate dall’Olimpo, o siete più pragmatici?



BOLLETTINO DEL LETTORE

Ho appena terminato Vita di Siddharta il Buddha, a cura di Thich Nhat Hanh. Ho trovato emozionante essere sulla mia poltrona, nell’anno 2017, a leggere che oltre duemila anni fa il Buddha diceva ai suoi monaci che i suoi insegnamenti sarebbero rimasti vivi per secoli dopo la sua morte, se avessero perseverato nel cammino verso l’Illuminazione.

Ho finito di leggere anche The Night Circus, di Erin Morgenstern (qui il libro in italiano). La sua magia mi è rimasta appiccicata addosso. Complimenti all'autrice di questa storia complessa, affascinante e originale, il cui nome è già di per sé una promessa (Morgenstern significa “stella del mattino”, in tedesco).


BOLLETTINO DELLO SCRITTORE

Ho iniziato a progettare la Nuova Storia usando il metodo Snowflake. Superata l’antipatia iniziale per il tono fiabesco del libro, ho trovato i suggerimenti dell’autore molto equilibrati, tanto che ho deciso di metterli alla prova. (Se volete sapere qualcosa in più sul metodo, vi suggerisco questo post di Serena Bianca De Matteis.)






15 settembre 2017

La vita secondo Tenzin Gyatso



XIV Dalai Lama




 

 

Lascia andare le persone che condividono solo lamentele, problemi, storie disastrose, paura e giudizi sugli altri. Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa' che non sia la tua mente.

 

 






Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama


Nato da una famiglia rurale il 6 luglio 1935 nel nord est del Tibet, Tenzin Gyatso (alla nascita Lhamo Dhondup) viene riconosciuto come la reincarnazione del precedente tredicesimo Lama Thubten Gyatso a soli due anni. La sua educazione monastica parte all’età di sei anni, e annovera lo studio di materie come arte e cultura tibetana, sanscrito, medicina, logica e filosofia buddista. A 23 anni viene insignito del Geshe Lharampa Degree - l'equivalente di un dottorato in filosofia del buddismo - al Jokhang Temple di Lhasa.

L'assunzione dei pieni poteri, dopo l’invasione cinese del Tibet, risale al 1950. L’esilio arriva nel 1959, in seguito al precipitare dei rapporti con il governo cinese, seguito da una brutale soppressione della sollevazione tibetana contro il paese di Mao.

Dal 1960 Tenzin Gyatso vive a Dharamsala, in India, sede delle istituzioni tibetane in esilio. Nel 2011 ha posto fine a una secolare tradizione che vedeva nella sua figura un leader spirituale ma anche un capo politico-temporale del Tibet, trasferendo i poteri temporali a un leader democraticamente eletto.

Il suo impegno ha visto uno sforzo, negli anni successivi all’esilio, verso un processo di riforma democratica per il Tibet, e la proposta di un piano di pace, presentato nel 1987 al Congresso a Washington e successivamente al Parlamento Europeo, che prevedeva un governo autonomo per le province del Paese e la guida di Pechino sugli esteri e la difesa.

Nel 1989 è stato assegnato al Dalai Lama il Premio Nobel per la pace, per il suo contributo alla liberazione del Tibet attraverso la lotta non violenta.