25 aprile 2018

La scrittura vista da DEBORAH EISENBERG



Il bello della scrittura – almeno per me – è l’esperienza di mettere a frutto una serie di elementi dati. Abbiamo a disposizione un corredo di strumenti inflessibile: il nostro vocabolario, la nostra grammatica, i simboli astratti sulla pagina, le nostre limitate capacità espressive. Scrivi qualcosa, ed è imbarazzante, banale, artificiale, approssimativo; ma con i tuoi sforzi puoi riuscire a renderlo almeno un poco flessibile, trasparente. Puoi convincerlo ad aprirsi per rivelare quello che se ne stava in agguato in fondo alle goffe parole che hai scritto. Quando inserisci una virgola, oppure aggiungi o elimini una parola, è così eccitante che dimentichi quanto sia terribile scrivere per la maggior parte del tempo.


(Citazione tratta da un’intervista su The Paris Review. Potete leggerla per intero, in lingua inglese, qui.)






Non ho mai trovato terribile scrivere; piuttosto mi sembra terribile non riuscirci, oppure sentirmi bloccata nel farlo, ma non credo che la Eisenberg intenda questo. A volte però mi capita di toccare tasti delicati, di solito senza alcun preavviso: tutto sta andando normalmente e... bam, eccoli lì. Li riconosco soprattutto dalla mia fretta di passare oltre, con cui devo lottare ogni volta. Invece mi sento molto vicina alle parole della Eisenberg sull'emozione che si prova aggiustando i dettagli, sentendo che cambiano suono e ritmo, mentre la frase si avvicina, passo dopo passo, a quella che si aveva in mente.

Per non farvi dimenticare Cercando Goran - improbabile, per quanto sono pressante! - vi segnalo l'intervista di Cristina sul suo blog Il Manoscritto del Cavaliere, che risale a quando il romanzo portava ancora il titolo Due vite possono bastare. Anche stagionata, continua a piacermi! La trovate qui.   




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13 aprile 2018

Oggi va così


Pixabay





Cosa propone oggi lo chef? Lamentele e autopromozione. Meglio di così... 











È inutile, non riesco a scrivere un post che mi sembri accettabile. Questo è il quarto che inizio con vari gradi di convinzione, e sospetto che farà la fine degli altri. Credo di avere capito dove origina il problema: mi sto sforzando di andare oltre me stessa per offrirvi qualcosa di utile, ma al momento questo “oltre” non esiste, e anche il “me stessa” vaga tra le nebbie. C'è da meravigliarsi se i miei sforzi suonano poco credibili? Del resto questo blog è nato da due idee combinate: farmi conoscere ed essere d’aiuto a chi scrive. Combinate, sottolineo. Parlare semplicemente di me non è mai rientrato nei presupposti. Anche se c’è chi lo fa, in modo piacevole e originale.

Ma il tempo passa, e i presupposti sono fatti apposta per essere messi in discussione. C’è ancora qualcuno cui interessano gli articoli sugli aspetti tecnici della scrittura? Anni fa, molti erano convinti che scrivere fosse un lieto viaggio sulle ali dell’ispirazione, riservato ai talentuosi. Che anche lo studio potesse avere un ruolo nell’arte scrittoria era quasi un’idea sacrilega. Mi sembra che questo concetto un po’ distorto della scrittura si sia modificato nel corso del tempo… ma sarà davvero così? Mi rendo conto di essermi abituata a ricevere commenti – più o meno assidui – sempre dalle stesse persone, che inconsciamente ho interiorizzato come “i lettori del blog”. Queste persone si dà il caso che scrivano tutte da anni; difficilmente potrò aggiungere qualcosa di utile al loro bagaglio di conoscenze. Ci sono anche i lettori silenti, però. Sarebbe interessante ascoltare la loro opinione, ma siccome sono silenti, il punto interrogativo sembra destinato a rimanere tale. 

E io, ho ancora voglia di parlare di tecniche narrative & co.? Soprattutto, ha senso parlare di passione per la scrittura in periodi come questo, in cui volentieri la sostituirei con il gioco delle bocce? Eh sì, è così: al momento passo gran parte del tempo a oppormi a ciò che devo fare, dal pagare le tasse al pulire il pavimento, mugugnando tra me che “se solo non avessi tanto da fare”, a quest’ora avrei scritto, fatto, detto… cosa? Bugia bugia! Non sto combinando niente perché sono scarica come una batteria cinese lasciata per un anno nel cassetto. Così è. Al momento è la confusione a regnare sovrana, e nella confusione non si realizza niente. Non subito, almeno. Perché in realtà non sempre i periodi percepiti come negativi sono sterili, così come non sempre i periodi all’apparenza attivissimi fanno avanzare. Non potermi nemmeno fidare della percezione che ho delle cose è scomodo, ma anche stranamente confortante. C’è qualcuno in cabina di pilotaggio, e non sono io…

Forse dovrei soltanto permettermi di essere me stessa in modo più istintivo, e per un po’ abdicare ai miei costanti cambiamenti di rotta interiori, che ogni tanto la rotta me la fanno perdere del tutto. Voglio fare mia la serenità mostrata da Silvia Pillin nell’intervista a Maria Teresa Steri: “Per quanto riguarda i progetti futuri, al momento non ce ne sono.” Perché no? Mica siamo animali da lavoro. L’ipotesi di darmi alle bocce si fa strada…

Ora capite come mai non riesco a scrivere un post decente? Perché dopo due righe inizia la lagna! Ogni tentativo si è tradotto in ruminamenti vari sul passato, sulle tappe, su quanto di utile se ne può trarre… ma che palle! Eppure, anche se non vi voglio male, credo che pubblicherò ugualmente questo post. In fondo questo è il mio momento personale, e sarebbe vigliacco – oltre che impossibile, alla prova dei fatti – parlare d’altro. Vi resta sempre la libertà di cambiare pagina web…

MA 


In questo quadro poco esaltante, mentre arranco per uscire dalle mie paludi, cosa succede? Persone meravigliose mi fanno regali.

Patricia Moll, non paga di avere pubblicato sul suo blog Myrtilla’s House una recensione coi fiocchi di Cercando Goran, mi nomina come "blogger conosciuto da poco" per il Friendship Blogger Award.

Elena Ferro, la nostra Volpe che cammina sul ghiaccio, dedica al mio romanzo non solo un post, ma anche un'emozionante videorecensione.

Ultima, fresca fresca, arriva la bella recensione di Emma Neri sul blog Opinioni Librose.

Senza dimenticare che il blog Art Over Covers, nella persona (gentilissima) di Sara “Shifter” Pellucchi, ha accettato di inserire tra le sue copertine quella di Cercando Goran.


Che dire? Grazie! Non si diventa mai impermeabili alle critiche, ma nemmeno ai complimenti, per fortuna; e quando tutto mi sembra insensato, regali di questo genere mi strappano un sorriso e mi lasciano la sensazione che il cambiamento possa essere dietro l’angolo.

Visto che ormai l’ipotesi di offrirvi qualcosa di interessante è evaporata, vi propongo invece un nuovo, brevissimo estratto da Cercando Goran, seguito dai consueti bollettini.



Torino



La voce di Roversi svanì di colpo dalla consapevolezza di Cassandra. I suoi occhi erano puntati sulla schiena dell’uomo che aveva appena visto transitare sul marciapiedi, le mani sprofondate nelle tasche, la sciarpa verde avvolta intorno al collo. Camminava assorto, all’apparenza senza badare alla confusione del mercatino, ma fu proprio lì che svoltò, inoltrandosi tra le bancarelle. Cassandra scese dall’auto e lo rincorse, ignorando il vociare alle sue spalle. Era Goran. L’andatura, i capelli eternamente scompigliati, la sciarpa… era lui, non c'erano dubbi.






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BOLLETTINO DELLO SCRITTORE: Encefalogramma piatto.

BOLLETTINO DEL LETTORE: Sto leggendo, oltre a spizzichi sparsi di questo e di quello, il secondo volume della saga di Outlander, Dragonfly in Amber (L'amuleto d'ambra). In qualche modo pare essere l'unica lettura capace di farmi restare sveglia fino a tardi la sera. Come faccia la Gabaldon a sfornare tomi da mille pagine mantenendo questo livello qualitativo, davvero non lo so. Letteratura commerciale, senza dubbio, ma che bella storia, e che brava autrice!


    

17 marzo 2018

La scrittura vista da JULIA CAMERON


Julia B. Cameron


Di recente ho cercato di indurmi all’arte, o quantomeno a scrivere. Ho trascorso un faticoso inverno scrivendo e riscrivendo un libro difficile. Il libro – che in definitiva non è riuscito male – mi ha lasciata inaridita e priva di energie. Dubitavo che ci sarebbe mai stato un nuovo libro dentro di me. Pensavo che forse, dopo 35 anni di scrittura, fosse ora di smettere. Non ero esattamente disperata – avrebbe richiesto troppe energie. Piuttosto ero arrivata al cinismo, il fratello pigro della disperazione. 


Il cinismo manca di qualsiasi convinzione. Semplicemente non gli piace come funziona il gioco, perciò sceglie di sabotarlo. Fondamentalmente è la risposta facile e di bassa qualità a una vita che temiamo di amare perché potrebbe, a tratti, essere dolorosa. La mia vita di scrittrice era stata dolorosa per un certo periodo, perciò cercavo il modo di scivolarne fuori per viverne un’altra; quale esattamente, non sapevo. Ma lasciate che vi racconti in che modo la scrittura è di nuovo sgattaiolata nella mia vita. 

La premessa è che scrivo ogni giorno. Ogni mattina scrivo tre pagine a mano, non importa se in quel periodo lavoro alla scrittura “vera” oppure no. […] Ultimamente queste tre pagine hanno iniziato a diventare quattro, poi cinque. Succedeva con fastidiosa regolarità, e il motivo era che non stavo scrivendo niente, a parte quelle pagine. Poi ho iniziato un’abbuffata di letture – un altro modo di attaccarmi alle parole. Mi sono tuffata su una mezza dozzina di libri, ritrovandomi a cercare su Internet qualche scusa per acquistarne altri. Prima ancora di accorgermene, avevo speso duecento dollari in libri. Ho atteso che arrivassero – “consegna un giorno”, qui a Manhattan – come un cane famelico. No, non stavo scrivendo e non avrei ripreso a farlo. Avrei invece ficcanasato un po’ per sapere cosa stessero combinando i miei amici scrittori, e scoprire se a loro piaceva ancora scrivere. Non più tardi di un mese prima, una di loro mi aveva detto di essersi stancata. Era ancora sobria, oppure le parole erano già tornate ad avere la meglio su di lei? Stava già barcollando verso la pagina, stordita, con il bisogno di dire qualcosa, qualunque cosa? Niente destabilizza uno scrittore quanto il non scrivere, e lei era stata abbastanza acida nel comunicarmi la sua decisione di essere “soltanto una persona”. 

La verità è che non si può davvero smettere di scrivere, come non si può smettere di recitare o di fare musica. Quando rinunci a un’arte che ami – anche se in quel momento la odi – ottieni soltanto uno di quei divorzi in cui sei troppo curioso della vita amorosa del tuo ex. Per questo, mentre mi trastullavo con l’idea di smettere di scrivere o dedicarmi solo alla musica, non potevo fare a meno di riconoscere che mostravo già i primi segni di guarigione. C’erano le pagine extra scritte ogni mattina. C’erano le pile di libri – stracolmi di parole, magnifiche parole – che crescevano accanto al mio letto come un delizioso mucchietto di lingerie mentale. C’erano le chiamate impiccione agli altri scrittori per sapere se riuscissero a liberarsi dalla loro afflizione. Serve dire che la mia sobria amica stava scrivendo di nuovo, “soltanto un po’”? 

Avrete indovinato che anch’io sto scrivendo soltanto un po’. È così, e le mie divagazioni hanno l’unico scopo di aiutarmi a riversare parole sulla pagina con maggiore facilità e gioia. Ho imparato che, se fisso un appuntamento con il mio artista, lui reagisce come qualunque partner imbronciato: dopo un po’ smette di tenermi il broncio e mi parla. 




Julia B. Cameron (Libertyville, U.S.A., 1948) è insegnante, scrittrice, artista, poetessa, drammaturga, romanziera, regista, compositrice e giornalista. Ha raggiunto fama mondiale con i suoi saggi sulla creatività. Il suo libro La via dell’artista (1992) ha venduto oltre quattro milioni di copie. 


ESTRATTO DA CERCANDO GORAN




«Posso vedere quel coltello… dal vivo?» domandò Goran, cercando di nascondere l’ansia che lo aveva preso.
Bouda esitò – non era previsto, si trattava di pezzi rari – ma alla fine si lasciò convincere ad aprire la vetrina.
Pochi istanti dopo Goran teneva il pugnale sul palmo della mano destra. Un fremito gli percorse la spina dorsale al contatto, come se l'oggetto fosse elettrificato.
Cedette alla tentazione di impugnarlo e brandirlo nell’aria, in preda a una sorta di incantesimo che faceva sfumare l’ambiente circostante e ovattava i suoni. Colse un lampo di allarme negli occhi di Bouda, che subito tese la mano per farsi restituire il coltello, senza perdere il sorriso.






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