22 novembre 2012

OGGI PARLIAMO CON: SIMONE MARCUZZI


Gli aspetti tecnico-filosofici della scrittura sono un argomento piacevole e inesauribile. Oggi però vorrei proporvi qualcosa di diverso: un'intervista con un "vero" scrittore.
L'ironia che traspare dalle mie parole è rivolta verso me stessa. Quando ho iniziato a scrivere, otto anni fa, avevo la curiosa idea che la pubblicazione fosse l'inizio della fama. Per la via ho scoperto che le cose non stanno proprio così. Pubblicare è un punto di partenza, non un traguardo, e tra gli autori famosi e quelli mai pubblicati ce ne sono tantissimi che costruiscono la loro carriera un passo per volta, con buoni risultati. Persone non diverse da me, da voi.
Simone Marcuzzi è nato nel 1981 e vive a Pordenone. Ha al suo attivo la raccolta di racconti “Cosa faccio quando vengo scaricato e altre storie d’amore crudele” (Zandegù Editore, 2006), “Vorrei star fermo mentre il mondo va” (Mondadori, 2010) e “10 italiani che hanno conquistato il mondo” (Laurana Editore, 2011). Collabora con Pordenonelegge.
Intervistarlo per me è un vero piacere, perché Simone, oltre a scrivere bene, è una persona gentilissima.

– Quasi tutti iniziano a scrivere per se stessi, poi decidono di proporsi ai lettori. Se è stato così anche per te, come è avvenuto il passaggio?

Sì, posso dire che è stato così anche per me. Il passaggio è avvenuto in maniera piuttosto naturale. Semplicemente nel tempo ho preso atto che la necessità di scrivere non perdeva slancio, ma anzi richiedeva sempre più spazio nelle mie giornate, e soprattutto ho notato come le mie storie poco alla volta diventassero più “aperte”, cioè non limitate a un mondo e a un modo di raccontare comprensibile solo da me, così ho cominciato a inviare racconti a riviste cartacee e on-line e a muovere i primi passi.

– Ogni scrittore ha le sue abitudini di lavoro. Tu che tipo di scrittore sei?

Non ho riti particolari né aneddoti memorabili. Dico questo: la pratica mi ha insegnato che scrivo meglio di sera tardi, ascoltando musica in cuffia per eliminare i rumori esterni. Anche la mattina è un buon momento, mentre durante il pomeriggio è assolutamente inutile che mi metta davanti al pc perché puoi stare certa che non riuscirò a produrre nulla di interessante.

– Scrivere non è sempre rose e fiori, soprattutto quando smette di essere un passatempo per diventare una professione. Quali sono gli aspetti della scrittura che trovi più ostici, e quali invece ti ripagano di ogni sforzo?

In questo penso che il lavoro della scrittura non sia diverso dagli altri lavori. Tutti abbiamo delle giornate in cui abbiamo la sensazione di non aver combinato niente, o di aver fatto troppo poco. Anche per la scrittura è così. Momenti in cui si mette in discussione tutto, non si riesce ad andare avanti, si vorrebbe mollare tutto e andare in spiaggia. Eppure io credo che anche queste sacche di entropia facciano parte del gioco. Anche le giornate in cui per ore giriamo a vuoto attorno alle stesse due frasi e alla fine le cancelliamo, servono. Perché sono state ore in cui comunque molto è stato pensato e immaginato, e sicuramente tornerà utile nei giorni successivi. Esattamente come quando ci troviamo di fronte a un intoppo durante un lavoro manuale. Per porci rimedio faremo un’esperienza utile ad arricchire il nostro bagaglio per il futuro.

– C’è qualcuno di cui ti fidi abbastanza da fargli leggere i tuoi lavori prima dell’invio all’editore?

Sì, ho un ristretto gruppo di amici a cui faccio sempre leggere le mie cose in anteprima. Solo alcuni di loro sono addetti ai lavori o gravitano nel mondo editoriale, ma so che sono ottimi lettori e persone sufficientemente sincere e intelligenti da non nascondere le critiche.

– È cambiato qualcosa nel tuo atteggiamento verso la scrittura rispetto ai tuoi esordi?

Non saprei, probabilmente qualcosa è cambiato, anche se forse più che altro a livello inconscio. Io attribuisco una grandissima importanza alle cose che scrivo, ci investo molto tempo e tantissime energie, ma non reputo e non credo riuscirò mai a reputare la scrittura una professione. Continuo a scrivere da dilettante, proprio in senso letterale, cioè come una persona che lo fa per diletto, per stare bene (perché è così che sto la maggior parte delle volte che scrivo: bene). Ci sono meccanismi editoriali con cui mi sono mio malgrado confrontato, ma anche sforzandomi non sono riuscito a farli miei. Perciò continuo a scrivere delle cose che mi interessano e di cui vorrei leggere io, anche se il vento sembra spirare altrove. Per me è importante mantenere attorno alla scrittura una certa idea di “purezza” (passami il parolone).

– Collaborando con Pordenonelegge avrai conosciuto parecchi aspiranti scrittori ed esordienti. Cosa consiglieresti a chi tenta questa strada?

Di avere tenacia, di insistere, di essere sempre sinceri sulla pagina e di seguire le proprie urgenze di scrittura, di non farsi spaventare da un mondo in cui la vanità e il narcisismo sono ingredienti umani presenti oltre la media, di leggere tantissimo, di cercare case editrici (almeno all’inizio, piccole) che condividano un certo modo di sentire la letteratura, e di prepararsi a fare tutto questo per pochi o pochissimi soldi.

– Hai pubblicato con tre editori diversi. Quali sono le tue impressioni sul confronto tra piccola e grande editoria?

La differenza più banale è proprio numerica. In una piccola casa editrice le stesse poche persone fanno tutto, dall’editing all’ufficio stampa alla correzione di bozze, nella grande casa editrice ci sono figure specializzate in ogni funzione. Anche qui, niente che non ci sia in ogni altro ambito lavorativo se pensiamo a un confronto tra piccola e grande industria. Per quanto riguarda la mia esperienza, per gli aspetti che più mi interessano come autore, cioè quelli legati al testo, ho avuto la fortuna di lavorare con editor capaci e sensibili tanto di Mondadori quanto di Zandegù e Laurana. Per questo aspetto, e credo sia un bene, non ho riscontrato differenze abissali, nessuno che forzasse la mano o imponesse cambi di rotta, ma sempre grande capacità di dialogo e di ascolto.

– Che qualità invidi al Perfetto Scrittore?

Perché, esiste il Perfetto Scrittore? Se sì, non lo voglio conoscere! Scoprirei senz’altro che è troppo diverso da me e andrei in paranoia. Scherzi a parte, anche se non è proprio ciò che mi chiedi, devo dire che spessissimo mi capita di provare invidia per una certa pagina letta, ma quella è un’invidia tutta positiva. Perché è anche riconoscenza ed emozione.

– Quanto è importante la lettura per te? Hai qualche autore particolare che ti accompagna?

La lettura è fondamentale. È piacere, repertorio e palestra. Eppure sappiamo che in Italia è pieno di cesellatori di manoscritti che non leggono nulla. Non so davvero come possa essere possibile. Chi non sa suonare la chitarra non si mette a incidere dischi (tranne forse qualche eccezione). Per quanto riguarda me, sono molto affezionato a diversi scrittori contemporanei, soprattutto statunitensi, con i quali mi sono formato. Alcuni tra i tanti nomi: David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Rick Moody.

– Per concludere, c’è una frase relativa alla scrittura che ti piace e vorresti condividere con noi?

Visto che qui ci rivolgiamo principalmente ad aspiranti scrittori, condivido una frase di Flannery O’Connor, grande scrittrice statunitense, che in un suo breve saggio fornisce questo consiglio: “Se non gli viene dato modo di vivere la storia, di toccarla con mano, il lettore non crederà a niente di quel che il narratore si limita a riferirgli. La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella di affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare e toccare”. Semplice, diretto, da non dimenticare mai. 



 

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