9 gennaio 2013

LA STORIA NARRATA: A CHI APPARTIENE?



A chi appartiene la storia che esce dalla penna dell’autore? Strana domanda, che di recente mi ha dato da pensare. Dal momento che sono una fan di Tolkien, tutto ciò che gira intorno a “Il Signore degli Anelli” & Co. attira subito la mia attenzione. Quando ho trovato su Panorama un articolo sui “veleni di casa Tolkien” mi ci sono buttata a pesce.
In realtà i “veleni” non erano così velenosi, e riguardavano principalmente l’insoddisfazione di Christopher Tolkien, figlio di J. R. R., per la trasposizione cinematografica dell’opera da parte di Peter Jackson, che a suo parere la ridurrebbe a una storia per ragazzi. Già, mi sono detta, quando un’opera viene pubblicata non è più completamente nelle mani del suo autore, soprattutto se defunto.
Il giorno dopo ho letto casualmente in rete un commento sulla traduzione de “Il Signore degli Anelli” eseguita nel 2003, in cui si dice che purtroppo è stato conservato il tono aulico della precedente traduzione, cosa criticabile perché eccetera eccetera. Giusto: se il libro è straniero, c’è anche la mano del traduttore. E quella dell’editor. Ma anche l’editore dice la sua. Una bella folla, insomma.
Fermo restando che “Il Signore degli Anelli” mi piace in tutte le versioni (tipico caso di annullamento del senso critico), mi sono ritrovata a pensare quanto sia volatile il controllo su qualunque opera creativa. Non solo dopo la presentazione al pubblico, ma dal momento del suo concepimento. Chi scrive segnala spesso come la storia sembri scriversi da sola, almeno nei momenti migliori. Cosa c’è dietro? Chiamiamolo subconscio, chiamiamolo influenza dei personaggi o entità superiore, resta il fatto che una parte del processo creativo rimane misteriosa. Non ci appartiene, non ne abbiamo il controllo.
E che dire di quanto accade dopo? Quando facciamo leggere a qualcuno il frutto del nostro lavoro, ci sentiamo vulnerabili, imbarazzati come se fossimo andati a fare la spesa nudi. Eppure, magia! I commenti che riceviamo di ritorno, quando sono abbastanza dettagliati, non corrispondono con precisione a ciò che “sappiamo” di avere scritto. Ci risentiamo, ci viene da puntualizzare: “veramente io intendevo… non è esattamente quello che ho scritto… no, il personaggio si comporta a quel modo per un altro motivo…”, e così via.
Ci siamo scelti un lettore stupido? Può darsi, ma il motivo principale è un altro: non c’è più solo una storia, ce ne sono due, quella dell’autore e quella del lettore. In sostanza, la nostra storia non è più solo nostra.
Siamo abituati a considerare la lettura come un processo a senso unico, in cui le informazioni passano dal libro al lettore, ma nella realtà il lettore ci mette del suo, colmando con la sua personalità e le sue esperienze ogni spazio vuoto, e persino distorcendo sulle stesse basi le informazioni che riceve.
Orribile? Sicuramente spiazzante. Scoprire che il nostro lavoro viene percepito da un’altra persona in modo tanto diverso da come lo abbiamo immaginato, di solito non ci rende felici. Immaginiamo cosa avviene quando un’opera diventa famosa e circola per decenni se non secoli, diventando un argomento di conversazione, un film, una pièce teatrale, un cartone animato.
Dal canto mio, ho dedotto che:
1 – Scrivere bene significa trascinare il lettore nel “nostro” sogno narrativo. Se riusciamo a trasmettergli emozioni e impressioni profonde, non annacquate, non approssimative, sarà minore la distorsione nel tragitto tra la nostra tastiera e i suoi occhi. Ma non è nemmeno il caso di cambiare il nostro modo di scrivere – per esempio descrivendo tutto nei minimi dettagli – solo allo scopo di tenere le redini della diligenza, per così dire. Perché in fondo…
2 - …non è meraviglioso che ogni lettore faccia sua la nostra storia, miscelando ciò che gli arriva da noi con ciò che gli viene dalla sua vita, dalla sua personalità? Non è meraviglioso poter condividere il processo magico che consente questo entrare in comunicazione di persone perfettamente sconosciute?
Non fa differenza che i lettori siano due, dieci, cento o migliaia, che si sia ben pubblicati o si scrivano storielle per il bollettino della parrocchia. L’unica cosa davvero orribile, mi dico, è avere voglia di innescare questa magia e rinunciare a farlo. 

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