30 luglio 2014

LA SFIDA DEL FINALE


Quando si parla di scrittura, l’importanza dell’incipit viene ribadita in ogni modo, e non si può che essere d’accordo. Il modo in cui facciamo iniziare la storia offre un assaggio della storia stessa e di noi come autori, creando (si spera!) il feeling giusto perché il potenziale lettore si trasformi in un lettore a tutti gli effetti.

E dopo l’incipit?
  
Non c’è da illudersi, il romanzo è un viaggio lungo e insidioso; perdere i favori del lettore strada facendo non è affatto difficile. Il nostro incipit può svolgere la sua funzione, ma non sarà il salvagente capace di tenere a galla una storia che fa acqua. La sua importanza, in effetti, si esprime nel primo impatto con il lettore, ma anche (soprattutto?) nella capacità di tenere sveglio l’editore nel momento in cui prende in mano il nostro manoscritto per valutarlo. Senza la minaccia incombente del cestinamento dopo pochi paragrafi, anche il ruolo dell’incipit verrebbe un po’ ridimensionato, perché in fondo è la storia nel suo insieme a contare davvero, e l’incipit stesso potrebbe tranquillamente essere oggetto di editing prima della pubblicazione.

Questo discorso però mi sta portando fuori rotta, dato che non voglio parlare di come inizia la storia, ma di come finisce.




Se l’incipit della storia viene quasi sempre dimenticato dopo poche pagine di lettura, non così accade al finale, che tende a fissarsi nella mente del lettore come il marchio definitivo della storia, nel bene o nel male.
Come lettrice mi capita spesso di rendermi conto che la mia opinione sulla storia è pesantemente influenzata dal finale. In particolare lo noto quando qualcuno mi chiede un parere dettagliato, e con mia sorpresa mi trovo a sciorinare una bella serie di difetti che termina in un “però tutto sommato mi è piaciuto”. Ma come, “tutto sommato”? Non mi era piaciuto, e basta?

Ecco, il finale sa fare di queste magie. Quando è un buon finale, però. E com’è un buon finale?


· Lieto, triste o controverso che sia, è “giusto” per quella specifica storia.
Ogni lettore ha le sue preferenze, ma il finale può risultare soddisfacente anche quando queste preferenze non vengono rispettate. L’importante è che la storia termini in un modo che rispecchi la tipologia dei personaggi e il modo in cui essi si sono avvicinati al finale in questione. [Posso inserire una supplica personale? Che ci sia almeno un raggio di sole anche nel finale più disperato! Come lettrice trovo troppo deludente leggere una storia triste – perché la storia dal finale triste è sempre una storia triste – e poi vederla concludersi sugli stessi toni del nero. Mi basta la cronaca, grazie.]

· Mostra (o suggerisce) l’esito del conflitto centrale della storia.
C’è sempre una domanda centrale nella storia (ne parla anche Gaspare qui). Il finale deve rispondere nel modo migliore a quella domanda, non a una delle tante che sorgono nel corso della storia.

· Ha al centro le azioni e le scelte del protagonista.
Abbiamo seguito le sue vicende per tutto il romanzo, tutto per il gusto di trovarlo nelle ultime pagine seduto in poltrona, a osservare gli amici e il caso che gli risolvono i guai? No davvero.

· Si costruisce sul materiale già presentato nel corso della storia.
Perché il protagonista dovrebbe sparare se non ha mai posato gli occhi su un’arma? Perché dovrebbe compiere un eroico sacrificio se fino all’ultimo lo abbiamo mostrato come un egoista senza cuore?
Se scegliamo di usare il fattore sorpresa, che sia radicato nella storia e reso plausibile da piccoli indizi che il lettore, pur non avendoli notati subito, ricorderà al momento giusto.

· Fa emozionare il lettore.
Se il lettore non prova emozione leggendo il finale significa che non gli interessano le sorti dei personaggi, oppure che gli eventi raccontati sono fiacchi e privi di mordente; o magari entrambe le cose. Di chi sarà la colpa?

· Avviene al momento giusto.
La storia culmina e finisce quando lo decide l’autore, non in base al caso o ai gusti di un personaggio. L’elastico che si tende progressivamente avvicinandosi al climax non deve restare molle (finale troppo anticipato), né arrivare vicino a spezzarsi (finale troppo ritardato).

· Non lascia elementi della trama privi di esito.
Se abbiamo inserito come sottotrama la storia dell’amica che sta cercando di conquistare il fustacchione, non vorremo lasciarla lì per sempre con un’espressione ebete sul viso, giusto? Ogni domanda nata nella storia deve trovare una risposta. Occhio al climax, però; lì la domanda in ballo è quella centrale, ed è rischioso inserirci altro.

· Sancisce il cambiamento del protagonista.
Nei fatti, non soltanto a parole.

· Esalta il tema della storia.
Se fino a qui la sua è stata una presenza discreta e quasi invisibile, è il momento di farlo uscire dall’ombra. Non in maniera pacchiana, se possibile. Spesso l’uso di un gesto o di un oggetto simbolico riesce a veicolarlo in modo efficace e asciutto, senza scivoloni nel melodramma.

· Non si dilunga troppo dopo il climax.
È bello che il lettore, dopo le montagne russe emotive del momento cruciale, possa riprendere fiato e vedere la situazione da una prospettiva diversa prima di salutare il romanzo; ma il sapore del finale non deve risultarne annacquato. Anzi, dobbiamo fare il possibile perché quel sapore e i pensieri a esso collegati rimangano a lungo nella mente del lettore… e magari lo accompagnino ad acquistare il nostro prossimo romanzo. Per questo anche gli epiloghi sono da usare solo dopo lunga meditazione.

· È proporzionato al corpo della storia.
Il finale è sempre difficile da scrivere, con tutto il lavoro che deve fare, perciò può capitare di liquidarlo in un capitoletto striminzito.
“Breve ma intenso!”, potreste dire. Ecco, no. Deve essere intenso e proporzionato alla lunghezza della storia, o il lettore sentirà di essere rimasto con un pugno di mosche in mano.

· Ha il ritmo giusto. 
Qui è davvero fondamentale evitare sia le lungaggini che le scorciatoie. Leggere il testo ad alta voce, oppure – meglio ancora – farselo leggere da qualcuno, può aiutare.

***

Considerato il cumulo di caratteristiche che questo benedetto finale deve avere, non c’è da meravigliarsi se come autori lo avviciniamo con soggezione! Proprio per questo motivo sono convinta che dobbiamo conoscere il finale prima di scrivere la storia. Non nei dettagli, magari, ma a grandi linee sì. Come la prepariamo questa torta esplosiva se prima non ci siamo procurati tutti gli ingredienti giusti?

E voi, come vi trovate a scrivere il finale delle vostre storie? Come lettori, cosa preferite?

Per salutarvi scelgo la frase finale di un romanzo che amo molto, Cime tempestose di Emily Brontë.

I lingered round them, under that benign sky; watched the moths fluttering among the heath and hare-bells; listened to the soft wind breathing through the grass; and wondered how anyone could ever imagine unquiet slumbers, for the sleepers in that quiet earth.

(Indugiai lì vicino, sotto quel cielo benigno; guardai le falene svolazzare tra l'erica e le campanule, ascoltai il lieve sospiro del vento tra l'erba, e mi domandai come fosse possibile immaginare sonni inquieti per quanti dormivano in quella terra tranquilla.)


Oggi vi segnalo:

dal sito IoScrittore, un articolo sulle abitudini di lavoro dello scrittore.
dal sito Libri al Quadrotto, cinque consigli di scrittura, che non fanno mai male.
dal sito Penna Blu, il post di Daniele Imperi che si confronta con i suggerimenti di Stephen King.



26 commenti:

  1. Ciao Grazia, come al solito riservi gradevoli sorprese! Mai avrei immaginato che "Cime tempestose" incontrasse il tuo favore! E' anche uno dei miei romanzi preferiti, di quelli che hanno segnato la mia formazione come persona prima che - diciamo così...- scrittrice.
    Riguardo al finale: in genere io inizio una storia conoscendone prima di tutto il finale, il che non significa che mi riesca bene, anzi, ti ringrazio perché da questo post sono riuscita a capire perché non mi riesce bene. Amo troppo l'effetto sorpresa e lo coltivo segretamente lungo tutta la storia, quasi sogghignando tra me, dopodiché la sorpresa risulta troppo grossa e, ad esempio, un personaggio lento e depresso risolve la sua vita nel giro di poche settimane ribaltando mezzo mondo! Mi è stato fatto notare che è inverosimile.
    Come scrittrice: in genere scrivo sette od otto finali e mi faccio dare consigli da qualcuno a cui ho fatto leggere l'inizio, chiedendogli, secondo lui, come dovrebbe finire (soprattutto dopo la storia di cui sopra, che a me sembrava straordinaria e invece non ha sortito alcun successo); come lettrice: mi piacciono i finali a sorpresa, che non ti saresti mai e poi immaginati e odio i finali che sono evidentemente dettati dal desiderio dell'autore di terminare in qualche modo il romanzo senza avere nessuna idea di come farlo. Secondo me la quantità di opere di questo tipo è notevole, anche tra quelle considerate capolavori. Meglio piuttosto un romanzo incompiuto!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Però, interessante questo modo di procedere: diversi finali su cui farsi consigliare. A me sembra sempre un miracolo che me ne vengano in mente un paio tra cui scegliere, e anche così tendo a fissarmi subito su uno. Deve essere bello produrre idee con tanta facilità!

      Elimina
    2. E' uno dei pochi vantaggi dell'essere degli indecisi cronici! Penso a una storia, a come potrebbe andare a finire e capisco che non c'è un finale solo. E' un po' quello che teorizza Muesil nell' "Uomo senza qualità". Infatti quello è un romanzo incompiuto!

      Elimina
  2. Il finale di solito mi mette molto più in crisi rispetto all'incipit, che arriva invece di slancio. Amo i drammoni, ma sono sempre per il lieto fine!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anch'io, non posso negarlo! Desidero terminare la lettura sentendomi bene, qualunque cosa sia accaduta prima nella storia. Però mi adatto anche ai finali misti o sospesi, se l'autore è bravo.

      Elimina
  3. Grazie della citazione :)

    A me il finale non deve deludere, cioè non devo indovinarlo. Né deve essere incoerente col resto della storia.

    Se il finale è triste, perché mettere il raggio di sole? Sarebbe una mossa ipocrita, per me. Parli della cronaca, ma di fatto la storia è sempre una cronaca di avvenimenti.

    Deve emozionare il lettore: sì, anche per me. Deve avere un qualcosa di poetico.

    Sulle sottotrame non sono d'accordo: quella è la storia del protagonista, non dell'amica. Ma dipende, credo, da quanto sia importante quella sottotrama nella storia.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai ragione, infatti quella del raggio di sole era una mia supplica del tutto personale. So bene che una storia (anche bella) può avere un finale tragico e basta; ma se la leggo (per sbaglio, di solito), quando la finisco mi dispiaccio di non essermi dedicata ad altro, salvo rare eccezioni. Colpa del mio lato-Heidi, che comunque corrisponde al mio modo di vedere la realtà e la vita in generale. Per me il raggio di sole c'è. Anche quando non si vede. ;)
      Per la sottotrama sì, dipende dallo spazio che le hai dedicato. Se è una cosina fugace però non la definirei neanche sottotrama.

      Elimina
  4. sarebbe interessante leggere anche di come hai applicato questi consigli nella pratica, per scrivere il finale di "Due vite possono bastare". Sapevi prima di iniziare a scrivere il romanzo come sarebbe andato a finire? L'hai dovuto riscrivere più volte prima di esserne soddisfatta? Avevi finali alternativi in mente che ti stuzzicavano e come hai fatto a sceglierne uno?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non sono un ottimo esempio in questo senso, temo. Quando mi viene l'idea di base della trama - quella seria - di solito è già corredata da un finale, che tende a fissarsi nella mia mente stolida, nonostante i miei tentativi di brainstorming. Nel caso di "Due vite possono bastare" però c'è stata una situazione ibrida: conoscevo il finale nel senso che avevo deciso fin dall'inizio i destini finali dei personaggi, ma non le modalità della scena di climax, che ho riscritto due volte, anche in base ai consigli della mia amica-reader (nonché writer) Alessia.
      Non mi è mai capitato di riscrivere davvero un intero romanzo, o quasi. Riscrivo magari capitoli, o parti di capitoli. La prima stesura tende a uscirmi discreta, non proprio "crap", forse anche per via della pianificazione preliminare. Non so se ce la farei a riscrivere tutto di sana pianta!

      Elimina
  5. Con i racconti, il finale è semplice per me, quasi una chiusura naturale. Per quel che riguarda invece il romanzo, il mio obiettivo per ora è arrivarci :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi sembra giusto! Stai procedendo già con un finale in mente, oppure vedi come si sviluppa la storia? Perché se ricordo bene tu pianifichi prima, in una certa misura.

      Elimina
    2. Scusa! Mi ero dimenticata di risponderti! :)

      Ho pianificato i punti fondamentali della trama, ma non come arrivare dall'uno all'altro. Adesso però sto rivedendo un po' di cose. L'idea sul finale c'è, ma potrebbe cambiare...

      Dal momento che alterno due piani temporali, la storia non è facile da scrivere. Maria Teresa mi ha suggerito di scrivere prima la parte al passato, per raccapezzarmi meglio. Lo sto facendo e devo ammettere che ho avuto nuove idee per gli sviluppi successivi. Quando avrò finito, dovrò preparare le "schede" del presente :)

      Elimina
    3. In effetti sembra una buona idea partire dal passato. In fondo le radici del presente sono proprio lì.

      Elimina
    4. Esatto. Al "montaggio" dei pezzi si potrà procedere in un secondo momento.

      Elimina
  6. Io faccio parecchio a pugni con i finali. Di solito li scrivo più volte, perché raramente mi soddisfano.
    Per l'ultimo romanzo finito, poi, ho ancora dubbi enormi, perché ho optato per un finale aperto, anzi la chiusura contiene addirittura un cliffhanger. L'idea sarebbe quella di riprendere la storia con un secondo libro, ma mi domando se questa sospensione possa infastidire il lettore.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Capisco bene il tuo dubbio, sia dal punto di vista tecnico che (forse) da quello editoriale. La risposta sulla reazione del lettore è sempre... "dipende". Comunque scrivere un romanzo che ha un seguito è complicato per chi non ha una carriera già ben avviata. Se non hai un editore che si dice già interessato alla storia e anche al suo seguito, rischi di diminuire le possibilità di pubblicazione del romanzo. Ma forse questo non è il tuo caso. Certo il cliffhanger è un vincolo.

      Elimina
  7. L'epilogo è sempre l'unica parte del romanzo che non mi crea problemi. Bravo, lui. L'incipit è, di solito, la prima cosa che 'vedo', ma poi la conclusione è la prima che scrivo - anche perché mi diverte (e mi lascia anche sempre un po' stupita) vedere come cambierà a distanza di mesi, una volta scritto tutto il resto.
    Con i racconti, invece, è un altro paio di maniche - ma del racconto non c'è un singolo elemento che non mi faccia penare.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Che strano, scrivere prima il finale... ma soprattutto è interessante pensare a cosa succede nella testa di ogni scrittore mentre scrive. Siamo così simili, eppure così diversi!
      Hai ragione, nel racconto devi pensare a tutto, perché ogni parola pesa come un macigno.

      Elimina
  8. Grazie di avermi citato.
    Le ultime cinque cose che hai messo in luce vanno incise nel platino.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Da qualche parte ho discusso del mio odio per i finali drastici e non è un caso il finale che tu stessa riporti. Invece di chiudere soltanto, apre a nuove considerazioni. Dopo l'apnea della vicenda, l'orizzonte spazia e si riempie della grande emozione che abbiamo vissuta. "In fondo, domani è un altro giorno". E l'inquadratura si allarga. Chiudiamo il libro, alziamo lo sguardo e vediamo quel panorama, quel domani.

      Una storia davvero drammatica non esiste o non dovrebbe esistere. I soli finali davvero drammatici che ho incontrato erano nel neorealismo (che, so, Tre Operai o Il Podere). Là il finale è un "non termine", in genere rivolto a spiegare la reiterazione del tema iniziale. Insomma, non si esce dal ruolo. Cosa che il nuovo millennio ha insegnato essere falsa.

      Personalmente non riesco a scrivere qualcosa che non abbia una buona catarsi finale. Per buona intendo positiva. Tutta la storia si basa su questa sola scena finale. Per arrivarci. Con passione mia di sicuro (spero di chi mi leggerà). Sarà che il famoso "scrivi cosa vorresti leggere" si può tradurre anche in "scrivi quello che vorresti vivere".

      Per i racconti la meccanica è un poco diversa, secondo me si dovrebbe tentare di "stupire" con qualcosa di intelligente (risolvere l'incognita) piuttosto che aprire a questa realtà vasta ed emotiva. Non c'è il tempo di costruire un' impalcatura di sensazioni vasta a sufficienza. Il racconto è un sudoku, mettiamola così.

      Elimina
    2. Hai descritto molto bene quella che è anche la mia sensazione di benessere alla fine del libro giusto con il giusto finale: "l'orizzonte spazia e si riempie della grande emozione che abbiamo vissuta... l'inquadratura si allarga. Chiudiamo il libro, alziamo lo sguardo e vediamo quel panorama, quel domani." Il dramma puro in un certo senso viene meno alla funzione della storia, che da sempre accompagna il lettore oltre, verso qualcosa di meglio. Se le storie inventate fossero sempre state nere e basta, dubito assai che la gente si sarebbe assiepata intorno al narratore di turno.

      Elimina
  9. L'approccio con il finale del mio primo romanzo è stato duplice.
    Il primo finale era aperto e mi ha fatto capire che la storia non era finita, infatti ne è scaturita la seconda parte del libro.
    Il finale vero e proprio l'ho immaginato sin da subito, come avevo fatto anche col primo anche se non mi ero reso conto che era aperto finché non ci sono arrivato.
    Arrivare al finale vero e proprio, però, è stata un'esperienza memorabile, da un lato mi sono affezionato alla storia e non volevo porvi fine, dall'altro lato avevo il timore che il finale da me pensato non si adattasse all'evoluzione che tutti i personaggi avevano avuto nel corso del romanzo (in linea con quanto descrivi nel tuo articolo).
    Se vuoi sapere come ho risolto, in fase di revisione sono riuscito ad armonizzare il finale che avevo previsto con tutto il resto, anche il finale doveva evolvere un po'. Tutto qui.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi piace sempre sentire raccontare gli aggiustamenti e gli imprevisti in corso d'opera. Molti temono che pianificare la storia inquini questa elasticità, ma io credo invece che di solito la sensibilità dell'autore sia vincente, e alla fine guidi la storia dove deve andare.

      Elimina
  10. L'inizio e la fine sono i due pilastri di un romanzo, e bisognerebbe averli bene in mente entrambi prima di gettarsi all'arrembaggio della scrittura con la sciabola tra i denti. ;-) Di solito parto avendo già in mente l'incipit e il finale, perché mi sento più sicura sviluppando quello che sta in mezzo... questo non toglie che spesso abbia grandi difficoltà a gestire la trama, specie nei romanzi corposi come 'ultimo. Ho letto finali di romanzi molto deludenti, indipendentemente dal nome dell'autore che fosse celebre o meno ed era come se il finale piatto togliesse nerbo a tutto quello che avevo letto prima, o come una promessa non mantenuta.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il finale carente (di cosa non importa) tende davvero a guastare l'impressione complessiva del romanzo, anche quando il resto era di tuo gusto. E' una cosa da tenere presente mentre si scrive. Dopo, puoi solo sperare che l'editore o chi per lui ci arrivi, a leggere il finale... Vorrei che questa fosse una certezza, ma non lo è.

      Elimina