18 marzo 2015

LA VOCAZIONE DELLO SCRITTORE


Qualche mattina fa, dopo avere portato a scuola mio figlio (quasi maggiorenne, non proprio un pargoletto), sono andata a prendere il caffè in un bar diverso dal solito.

Il caffè può essere una semplice abitudine o un pieno di energia extra. Per me è diverso: il caffè sa di buono, ma anche di calore umano. Merito di Antonella, che da quando mi sono trasferita in Friuli è diventata dapprima la mia barista abituale, poi un’amica con cui condividere l'inizio delle mie giornate. Ormai il bar intero è diventato territorio conosciuto, per me che lo frequento sempre alla stessa ora: elettricisti e muratori che stanno per iniziare il lavoro, fornai che smontano dal turno, camionisti, qualche impiegata, vecchietti sprofondati nel giornale, agricoltori. È il bar di un distributore di benzina, perciò la fetta di umanità che lo frequenta non è la stessa che si incontra in bar più cittadini. Io, che tendo a vestirmi “da boscaiolo svizzero”, come ha detto qualcuno, mi trovo nel mio ambiente naturale.



Vocazione di Pietro e Andrea - Duccio da Buoninsegna



Stavo dicendo che qualche giorno fa, assente Antonella causa giorno di riposo, ho ripiegato su un baretto dove vado ogni tanto, e cosa ho trovato? La barista in seconda, di pessimo umore per essersi dovuta alzare presto di sabato, circondata da un gruppetto di amiche che cianciavano e scherzavano dei fatti loro. Avete presente com’è non ricevere né un’occhiata, né un sorriso, e dovere aspettare lunghi minuti perché vi chiedano cosa volete, quando non c’è nemmeno un’anima da servire?

Okay, sono viziata. Antonella è un’amica, ma non tutti i baristi sono amici. Capisco che essere ignorati è un’esperienza abbastanza normale. Ma non era l’ora giusta. Per me il sonno è una vita parallela. Ci sprofondo in pochi secondi, ma sento il bisogno di uscirne con calma. Le ore tra il risveglio e le nove del mattino sono una sorta di fascia protetta: non si litiga, non si fa rumore, non si accende la tivù e non si spande negatività. In nessuna forma.

Quella mattina l’indifferenza – che non è neutra, tutt'altro! – mi ha spinta via, a bere il mio caffè a un tavolino esterno, nonostante la temperatura natalizia, per poi filarmela a tempo di record con addosso la sensazione di dovermi scrollare di dosso qualcosa di sgradevole.
Arrivata davanti alla palestra, visto che mancava ancora un quarto d’ora all’inizio della lezione di tai-chi, ho tirato fuori dal portaoggetti l’autobiografia di Mandela, libro-da-auto del momento.

Che sollievo la pagina scritta, le parole! Ho sentito i muscoli rilassarsi, il viso distendersi. Ero di nuovo tra amici, lì nel parcheggio semideserto, con il mio libro in mano. Un libro, sia detto, con cui non vivo un idillio (Lisa, come hai retto quella sfilza di nomi e date?), ma in quel momento bastava a liberarmi dalla pesantezza che mi era rimasta appiccicata.

È questo che voglio fare per chi mi legge.

L’ho capito proprio lì, in uno di quei flash che spesso nascono dalle situazioni più banali. Se leggere cambia lo stato d’animo delle persone, scrivere può produrre piccoli miracoli. Scelgo – se posso, se mi riesce – il miracolo di fare sentire bene i lettori. Di scaldarli, se il mondo sembra loro troppo freddo. Di trasmettere un po’ di fiducia nella vita e nelle persone, anche quando tutto congiura per cancellarla.

Lo so, tutti noi che scriviamo abbiamo in mente il benessere dei nostri lettori… insomma, quasi tutti; ma non necessariamente diamo a quel benessere lo stesso significato. Non parlo qui delle emozioni che seguono il finale di un racconto o di un romanzo, specifiche della storia, ma dell’impressione generale che le nostre storie lasciano nel lettore. Pensi all’autore X, che conosci, e provi già qualcosa. Sai se hai voglia di leggere qualcosa di suo oppure non è il momento adatto. Non capita anche a voi?

Dal punto di vista del lettore, è un’atmosfera, un carattere, un sapore… come un marchio di fabbrica dell’autore. Dal punto di vista dell’autore, si può definire una vocazione.

La mia vocazione, a prima vista, non sembra delle più prestigiose: commerciale al cento per cento. Anche il peggiore romanzo rosa o l’avventuretta da quattro soldi mirano ad alleggerire l’animo di chi legge. Io, però, vorrei che i miei lettori si sentissero non solo "meglio", ma anche un po’ più ricchi dentro. Un'ambizione da niente! Secondo il mio agente, che si è sciroppato a volo di uccello tutto ciò che ho scritto (racconti esclusi), sono un’autrice commerciale con un quid in più. È una definizione che mi piace molto, nella sua vaghezza. Ma in giro vedo molte altre vocazioni.

Si scrive per fare scoprire realtà poco conosciute.

Si scrive per sorprendere.

Si scrive per eccitare e scandalizzare.

Si scrive per stimolare alla riflessione e all’azione.

Si scrive per divertire.

Mi è utile riconoscere la mia vocazione di scrittrice, per parziale e mutevole che sia?

Forse no, dal punto di vista pratico. Di sicuro non cambia - e non deve cambiare - il mio modo di raccontare storie. Tra tanti criteri più o meno tecnici di cui tenere conto, quello della vocazione sarebbe davvero di troppo. Lo stesso la scoperta fatta nel parcheggio vale molto per me, perché mi ha aiutata a conoscermi meglio.    


È una particolarità mia, questa della vocazione, oppure anche voi ne avete una? È cambiata dai primi tempi in cui scrivevate?



P.S.: Se avete voglia di passare da Eli Sunday Siyabi, sul suo blog Too happy to be homesick trovate un mio articolo su un argomento molto, molto diverso dalla scrittura... o forse no. Basta un clic qui.






53 commenti:

  1. Una volta il mio master mi disse che la mia missione è usare la parola per veicolare messaggi che abbiano una valenza spirituale e spingano le persone a guardarsi dentro. Questa frase all'inizio mi aveva sfiorata appena però, man mano che vado avanti con la stesura del romanzo e del blog, mi accorgo che questa mania di spingere le persone a guardarsi dentro è una componente fondamentale della mia scrittura, che applico quasi inconsciamente. Ogni volta che un lettore, sul blog, mi dice "non avevo mai considerato questo aspetto ma anche io..." e poi inizia a parlare di sé, sono felice, perché ho l'impressione di averlo aiutato a guardare oltre. :) Sembrerò megalomane, forse, però sempre sincera! :p

    P.S. Poi è ovvio che divertimento ed evasione rientrano anche nelle mie priorità. Ma se parliamo di vocazione vera e propria... ecco... citerei questa! :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La tua è una bellissima vocazione! Capita spesso che siano altri a vedere in noi cose che ancora ignoriamo; un maestro, poi, non è certo una persona qualunque. Nel mio caso, un'amica mi disse, tempo fa, che riuscivo a far parlare i sassi. La cosa mi lasciò molto stupita. Poi un mio collega iniziò a chiamarmi "la ricucitrice" (tutt'ora quando mi vede mi chiede cosa ho ricucito nel frattempo). Ho iniziato a farci caso, e in effetti sì, ho sempre avuto la convinzione che parlando si possa riparare tutto, e che ogni frattura sia uno sfregio all'armonia da sanare il prima possibile. Anche nel mio caso ci ho messo un po' a trovare il mio filo conduttore, e gli amici mi sono stati d'aiuto.

      Elimina
    2. Mi sono accorta adesso che il mio commento è scritto veramente MALE. Chiedo venia: ho la febbre! :(

      Elimina
    3. Io non me ne sono accorta, veramente, ma mi fa piacere sapere che non sono l'unica maniacale! Auguri, intanto. :)

      Elimina
    4. Noi scrittori siamo molto più critici verso noi stessi di quanto lo siano gli altri! :)
      Grazie per gli auguri! :p

      Elimina
  2. A me piace regalare al lettore una distrazione dalla realtà: sapere che, leggendo il mio romanzo, molte persone si siano sentite letteralmente "afferrate" e portate per qualche ora fuori dal loro mondo, mi gratifica sempre, vuol dire che sono riuscita ad offrire quell'opportunità di evasione che mi sono ritagliata anch'io scrivendo quella storia.
    Ecco, credo che sia questa la mia vocazione: offrire una via di fuga (che non significa offrirla solo a chi ne ha bisogno!).

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io benessere, Chiara introspezione, tu evasione... è l'inizio di una bella squadra. ;)
      E' importante per le persone riuscire a distaccarsi dalla realtà abituale. Senza questo distacco diventa difficile sia resistere ai colpi della vita, sia vedere le cose in modo equilibrato.

      Elimina
  3. Anch'io ho il mio (i miei a dir la verità) baretti preferiti, con bariste che mi fanno sentire a casa!
    A parte la piccola divagazione caffeinica, io, l'ho già dichiarato più volte, voglio scrivere libri da sala d'attesa, abbastanza coinvolgenti da portarci altrove in un momento vuoto e anche un po' sgradevole, che però non richiedano chissà cosa per essere compresi. Vorrei scrivere storie che ti prendono per mano con dolcezza, ti fanno entrare nella vicenda senza forzature e poi sferrano i loro colpi quando il lettore è ormai avvinto e non può scappare.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Stupendo questo cambio di atmosfera, dall'entrata in punta di piedi al colpo finale! E qui si svela il tuo Mr Hyde... ;)

      Elimina
  4. Anche per me il caffè è corroborante, anche se cerco di limitarlo a dopo il pasto. Ad ogni modo, come è vero che l'essere umano è sempre quello che fa la differenza! A me è capitato di fare presentazioni di libri in un bar dove il gestore era una perla d'uomo, e altri dove l'ambiente era freddo e poco accogliente con la clientela... e la differenza si vedeva eccome.

    Il mio obiettivo è scrivere libri per fare ricordare i miei personaggi e il loro tempo storico, ma in modo che siano più attuali che mai. Spero in questo modo di far ricordare anche un po' me stessa, dietro le loro storie.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Conservare la memoria e creare una continuità con il presente... bellissima vocazione!

      Elimina
  5. La vedo come te.
    Io voglio che il mio lettore si diverta e sia stimolato. Sempre.
    Poi, il come e il perché lo si scopre strada facendo, anche cambiando genere... Ma il caffè dev'essere un rituale dalle stesse sensazioni, anche se cambi miscela XD

    Moz-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Proprio così: cambia la storia, ma l'essenza resta. :)

      Elimina
  6. Che carino questo post!
    Anche io la mattina ho bisogno di un'atmosfera ovattata. Più volte mi è capitato di chiudere un litigio con mio marito urlando: "Te l'ho già detto: non arrabbiarti con me prima delle nove! Dopo fa quel che vuoi."
    Entro in ufficio, guardo le colleghe ottusamente e penso: "cosa vuole questa da me?"
    Forte la definizione degli impiegati immersi nei giornali! Diamo sempre questa impressione noi impiegati.
    Molto interessante anche l'idea che l'indifferenza non sia neutra, sia ostile in sé: lo penso anch'io ma non riesco a farlo capire a nessuno.
    Riguardo alla barista che ti ha deluso...decisamente non aveva la vocazione della barista!
    Sì, certo, anche io leggo in base all'umore e in base a ciò di cui sento il bisogno in quel momento, per questo leggo sempre da due a quattro libri alla volta. Mettiamo che c'impieghi due settimane: nel giro di quelle due settimane posso avere bisogno di letture diverse a seconda del momento.
    La vocazione? Ieri ci stavo pensando in un momento di forte autocritica: probabilmente quella della lettrice!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Nel mio caso sono i vecchietti a sprofondare nel giornale. Gli impiegati (pochi) sembrano avere il tempo solo di un caffè al volo, poverini. Però il tuo momento di forte autocritica... è troppo forte! (Lo dico piano, ma certe volte lo penso anch'io. In fondo il mondo può fare a meno di ciò che scrivo, ma io non posso fare a meno di leggere, perciò...)

      Elimina
  7. Oddio è vero! Erano i vecchietti! Ma quelli forse stanno semplicemente dormendo...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Soprattutto quelli che all'alba si fanno il primo bianco, dormono di sicuro. ;)

      Elimina
  8. La vocazione è cambiata eccome. Una volta credevo di dover ammaestrare il popolo, indicargli il bene e il buono. Lentamente, troppo lentamente, ho capito che si devono raccontare storie. Si deve comunicare. Quanto tempo sprecato! Meglio non pensarci.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Tempo sprecato o basi per quello che sei ora? Non è mica facile (ammesso che sia possibile) saltare delle fasi nella propria crescita.

      Elimina
    2. È stato anche tempo sprecato. Potevo arrivarci prima, se fossi stato meno presuntuoso.

      Elimina
  9. Domanda difficile. Alla vocazione ci credo, intesa come "quella cosa che so fare meglio di ogni altra". Quella che devo fare per non avere rimpianti sul letto di morte. Credo che la mia sia la scrittura, ma non so in che modo. A me succede solo che devo raccontare una storia e poi chi legge ci trova o ci mette qualcosa di suo. La cosa che mi è successa più spesso è di sentirmi dire o ricevere mail in cui mi si diceva che una mia storia aveva aiutato a crescere. Una ragazza mi scrisse che leggendomi aveva trovato il coraggio di lasciare la persona sbagliata. Comunque io scrivo quasi sempre di donne e della crescita, del percorso. Si può definire "vocazione"? Mi va bene anche semplicemente l'idea di suscitare emozioni. Di mostrare che la vita è bella anche in mezzo alla cacca, ecco.
    Grazie per questo bel post. Ma perché ricevo la notifica il giorno dopo?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sinceramente non ne ho idea. Ho sempre creduto che fossero i tempi normali di Blogger, magari per consentire modifiche prima della pubblicazione, ma forse mi sbagliavo.
      Allora sei una scrittrice che stimola al cambiamento, a giudicare dai commenti dei tuoi lettori. Mi sembra meraviglioso! Dimostrare che la vita è bella anche in mezzo alla cacca ci avvicina... se non fosse che io tendo a lasciare la cacca sullo sfondo. E tu?

      Elimina
    2. Io cerco di dire che le strade facili non sempre sono le migliori o quelle giuste. A volte mi piace fare il bastian contrario, specie se sento ragazzine professare verità assolute che non hanno mai sperimentato.
      Ah, leggendo il mio commento precedente mi sono venuti i brividi: suona tremendamente presuntuoso. Volevo solo dire che io, Serena, come tutti faccio delle cose e scrivere lo faccio meglio che, per esempio, giocare a tennis, dove non riesco neanche a reggere la racchetta. Poi magari sono una schiappa anche nella scrittura, ma una schiappa leggermente migliore XD

      Elimina
    3. Non suonava assolutamente presuntuoso! E' importante sentirsi portati per ciò che si fa, o la convinzione viene a mancare prima ancora di cominciare.

      Elimina
  10. Condivido e sottoscrivo, dalla prima all'ultima parola e riga! Ieri ho incontrato il mio futuro commercialista e mi sono presentata dicendogli: «Ho un difetto, voglio condividere benessere, insieme ad altri. Voglio prendermi cura degli altri». Mi ha sorriso, ha risposto «Si capisce dal suo blog» e abbiamo proseguito la nostra chiacchierata... Vocazione, Grazia. Per me è così, con gioia e sofferenza, come tutte le cose. Ma potrei cambiare con il candido capello?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Certo che potresti! Ma vorresti? Sarebbe un gran peccato...

      Elimina
  11. Non vado mai al bar di mattina, neanche di pomeriggio se è per questo. Ma di mattina men che mai. Diversamente da te, io trovo solo baristi chiacchieroni. Di quelli che vogliono per forza attaccare bottone. Se sapessero quanto posso essere pericoloso al mattino, con gli occhi ancora pieni di sonno, non tenterebbero di farmi parlare. In genere rispondo a grugniti, oppure ignoro il tentativo e basta. Tuttavia, i baristi chiacchieroni, riescono a essere fastidiosi anche quando capiscono che non ho voglia di parlare. In che modo? Ad esempio commentando le clienti che entrano o escono dal bar. Quanto riesce a infastidirmi una cosa del genere? Ma soprattutto, da quanto non scopi per sentire il bisogno di sfogare a parole la tua frustrazione per ogni donna che entra? Ecco perché non vado più al bar...

    Dimenticavo, io scrivo per far sentire male il mio lettore... cazzo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ottimo il tuo commento a fare da contrappunto alla mia atmosfera heidiana (da Heidi, non da qualche filosofo tedesco)! Se vuoi curarti dai baristi chiacchieroni vieni ad abitare in Friuli. Magari in qualche anno riesci a tirargli fuori una frase o due...

      Elimina
    2. Sarà vero che è entrato in uso "gli" invece di "loro" per il complemento di termine della terza persona plurale, ma il mio orecchio continua a ribellarsi. Il bello è che non mi piace più nemmeno la vecchia versione.
      ...i baristi... riesci a tirarGLI fuori una frase / riesci a tirare LORO fuori una frase...
      Bah!

      Elimina
    3. Più semplicemente: "Se vuoi curarti dai baristi chiacchieroni, vieni ad abitare in Friuli. Gli tiri fuori una frase in due anni". O qualcosa di simile insomma. :)

      Il solito saputello del cazzo, lo so. Mi censuro. -.-

      Elimina
    4. Non censurarti! Ma è quello "gli", il mio problema (piccolo).

      Elimina
  12. Vocazione, mmm. Non saprei. Sono felice all'idea che la gente provi delle emozioni leggendo ciò che scrivo. Che si allontani dalla realtà. Che trovi nelle mie storie "l'evasione". Che dici, possiamo definirla vocazione?
    Sul bar: l’accoppiata sorriso-caffè è imprescindibile. La gente dovrebbe dispensare più sorrisi al mondo. Sono di quelle che mettono il muso se non ricevono un luccichio dentale.
    So che non lo puoi vedere, ma te ne regalo uno sfolgorante. :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ah, sì, evasione con emozioni! Bello. La chiamo vocazione se nella storia successiva non sei disturbante, trasgressiva e alternativa. ;)
      (Ricevo il sorriso, lo ricambio e mi rigenero! :D)

      Elimina
    2. (Rigenerata a mia volta! *_*)
      Non so se ce la faccio a non essere disturbante. Credo sia più forte di me! :D

      Elimina
    3. Disturbante nel senso più destabilizzante del termine, quello che fa stringere lo stomaco di chi legge? Ecco, per quello credo serva davvero una vocazione! Comunque è meglio non trasformare la vocazione in un'etichetta. Le etichette vanno sempre strette (e fa anche rima). :)

      Elimina
  13. Voglio portare in scena i drammi quotidiani facendo ridere.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Una vocazione chiara e concisa. Grazie!

      Elimina
  14. Come si chiama il tuo bar preferito? Mi serve un nome per il mio romanzo.
    Devo confessarti che la biografia di Mandela l'ho ascoltata ed è buffo sentire tutti quei nomi impronunciabili, però non ho neppure tentato di ricordarli. Alcuni si pronunciano con uno schiocchio della lingua (come si dirà in italiano corretto? Mah!)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bar Andrea. Che fascino, eh? E che fantasia, visto che era il nome del proprietario originale.

      Elimina
    2. Gli audiolibri li devo provare. Credo che li userei solo in auto, e i miei tragitti sono piuttosto brevi, però sono curiosa.

      Elimina
    3. Io li userei a letto invece, magari la sera. :)

      Elimina
    4. Il primo che ho ascoltato è stato Peter Pan, in lingua originale, letto da un tizio famoso della TV che ha una voce molto "fiabesca". Mi è piaciuto moltissimo, perché dal film non si derivano molte sfumature culturali e sociopsicologiche che l'autore intendeva mostrare tramite i personaggi. Da lì mi sono lanciata sulle autobiografie, più semplici della fiction perché sai di solito sai già come va a finire. Ascoltare anziché leggere aiuta anche nella scrittura, perché aiuta a riflettere sul senso del ritmo della narrazione. La cosa più difficile è trovare il tempo e il silenzio per ascoltare, a letto è una buona idea ma di solito ho mille pensieri che mi distraggono, per me il meglio è fare qualcosa con le mani, un gesto ripetitivo e che non richieda concentrazione, come pulire i fagiolini verdi o giocare a Majong.

      Elimina
    5. Se provo a letto batto il mio record di addormentamento in quattro secondi netti! Majong sul PC o quello vero?

      Elimina
  15. Credo che ogni scrittore abbia la sia vocazione. Non ho mai riflettuto sulla mia, a dire la verità. Non saprei dirti quindi quale sia. Posso pensarci nei prossimi giorni, magari ci scrivo un post, se ne vale la pena.

    RispondiElimina
  16. PS: ci ho messo una vita a pubblicare il commento, a causa del captcha, che per metà è sempre illegibile.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Purtroppo (o per fortuna) non si può togliere il captcha per gli anonimi. Per questo ho deciso di commentare con il link Google+ di default, invece di entrare con nome-sito, ed evito la seccatura.

      Elimina
    2. Ciao Grazia! Che bel post.. Complimenti per la strada che stai percorrendo... E grazie che passi sempre a trovarmi. 😉
      Io la mia vocazione o meglio la mia missione la sto trovando nella pittura..nel comunicare qualcosa che non so ancora del tutto spiegare ...a parole.
      Eliana

      Elimina
    3. Benvenuta, Eli! Grazie a te della visita, ma soprattutto dei pensieri profondi che condividi nel tuo blog. :)

      Elimina
  17. Grazie!! Io ho il magico "potere" della sintesi...cerco le poche parole che rendano l'idea di un concetto che ho nel cuore 💖😉

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Immagino che questa tua capacità ti sia molto utile per dipingere. Un quadro non può essere verboso! ;)

      Elimina