10 luglio 2017

Come la scrittura può condurre alla gioia


16th Avenue Tiled Steps

16th Avenue Tiled Steps, San Francisco




Come state, amici lettori? Le temperature di questi giorni hanno già minacciato di squagliarvi come gelati al sole? Anche qui dalle mie parti (Friuli) calore e umidità si fanno sentire, ma l’abbondanza di vegetazione e le montagne a pochi chilometri offrono sempre sollievo, e anche conforto morale.

Oggi a parlarci di scrittura sarà Andrea Di Lauro, un gradito ospite che ringrazio fin d'ora. Per presentarvelo sfrutto la descrizione del progetto alla base del suo blog.




Andrea Di Lauro è, insieme ad Alessandro Missana, fondatore di Project Excape, il progetto dedicato alle persone che vogliono crescere, migliorare e comprendere cos’è la vera felicità. Dietro al progetto ci sono due ragazzi trentenni che sentono di aver qualcosa da dire e, soprattutto, da trasmettere. Stufi delle parole e del contesto che si è creato attorno alla spiritualità negli ultimi anni in Italia, hanno deciso di intraprendere un cammino diverso, lontani dalle logiche di marketing e di vendita, ma vicine alle vere necessità dell’uomo. Il motto del Project Excape è “prima di chiedere aiuto al Cielo, impara a stare sulla Terra”. Tutto quello che divulgano attraverso il progetto è basato sulla loro esperienza diretta, riflessioni scaturite da eventi realmente accaduti e molto lontani da contesti angelici e divini. Il Project Excape non rifiuta la spiritualità, ma crede che per arrivarci siano necessarie delle solide fondamenta, e sono quelle che mancano all’uomo occidentale, che pretende di ergersi verso l’alto senza prima aver fatto i conti con le sue radici.


Anche se personalmente sono convinta che niente sia “molto lontano dai contesti angelici e divini”, frequento volentieri questo blog, scoperto da poco, dove si parla di imparare a vivere meglio. Mi sembra un argomento importante, considerata la tentazione tipicamente umana di reagire alle fatiche del quotidiano tramite la sopportazione o l’evasione, due atteggiamenti opposti che rischiano di essere ugualmente sterili. Andrea, onorando il tema del blog, ci parla del suo rapporto con la scrittura, che sono convinta abbia molto in comune con il nostro.


Cosa mai potrà insegnare un misero scrivano da quattro soldi come me? Quali trucchi, quali consigli che non siano già stati appresi o ribaditi? Come posso cercare di migliorare la scrittura altrui o il solo pensarlo? Io, che alle elementari preferii trascorrere l’estate tra le partite di calcio, i ghiaccioli, i salti in bicicletta e i cartoni animati, piuttosto che studiare i verbi. (Buona parte della colpa però va anche alla maestra che volle sbolognare la responsabilità di un blocco così rilevante della struttura grammaticale a bambini di 8 anni).

Su cosa potrei istruirti? Magari sulla creatività? Io, che a tredici anni scelsi una scuola professionale a indirizzo elettrotecnico perché situata in prossimità di casa. Uno che gli antichi Greci non li aveva mai sentiti nemmeno nominare, o che Dante Alighieri pensava fosse uno zio lontano che spesso sentiva nominare da sua madre. Un alunno che aborriva tutti quei calcoli matematici del suo indirizzo e che durante i temi di italiano dormiva, per poi scrivere in tutta fretta qualche pagina degna di una tirata sufficienza.

È un caso abbastanza raro che un individuo che ha sempre snobbato la scuola, che ha sempre fatto il minimo indispensabile per rimanere a galla abbia cominciato a scrivere, e addirittura pubblicato qualche libretto. Ancora più assurdo poi se viene analizzato il suo percorso di studio delle superiori, dove facevano da padrone materie come l’elettrotecnica, la matematica, i sistemi elettrici...

Ma eccola qua la salvezza. Lo so che lo stai pensando anche tu. La salvezza è stata la lettura. Leggendo si può imparare a scrivere. I libri sono contenitori d’oro per chi vuole dedicarsi all’arte della scrittura e della vita. Oh, i libri... quale tesoro può competere con essi?

In realtà niente di tutto questo, almeno non all’inizio. Quel ragazzo rifiutava i libri. Fin da piccolo lo costrinsero a sbatterci il muso sopra, non ne voleva sapere di altre pagine tediose. I videogiochi, quelli sì che erano interessanti.

Alcuni anni dopo l’adolescenza qualcosa cambiò. A quel ragazzo si capovolse completamente la mente. Tutto non era più ciò che era, ciò che pensava che fosse. Se stesso, gli altri, la vita, il mondo. Doveva esprimere questo nuovo e diverso modo di intendere il tutto, così si fece avanti la scrittura.

Cominciò relativamente tardi a scrivere. Lo fece perché voleva chiarire meglio i propri pensieri e le proprie riflessioni. Più a se stesso che a persone altrui, almeno all’inizio della sua esperienza con la scrittura. Ogni giorno fiorivano frasi, aforismi, messaggi che percepiva come “non suoi”, o forse, come i primi pensieri veramente suoi. Con ciò affiorò anche un’avidità positiva verso i libri. Questi riuscivano a stimolargli la mente e a rimescolare informazioni nascoste o pensieri creativi.

Imparare da se stessi


Ritorno a parlare di quel ragazzo in prima persona, perché penso di riuscire a spiegare meglio la mia esperienza. L’arte di scrivere fu una delle cause maggiori del mio cambiamento di vita. Per mezzo di quei messaggi stavo finalmente cominciando a conoscere l’altro me, quello che ora ritengo il vero me. Probabilmente anche tu hai sperimentato quella fantastica sensazione che scaturisce dall’imparare da se stessi.

Col passare del tempo emergevano delle informazioni che non sapevo assolutamente di sapere. Imparare da se stessi era così straordinario… ancor di più, se si pensa che ci hanno insegnato che la normalità è imparare solo dagli altri. Ma in noi c’è molto di più.

Lo step successivo lo puoi immaginare facilmente. Mi domandai se quei messaggi potessero essere colti solo da me o se, magari, anche altri individui potevano fruirne. Ed ecco l’idea del libro. Ormai ne ho molti di aforismi, pensai. Duecento, duecentocinquanta, ora non ricordo, quanto basta per farcire un libro però. Sì, è una bella idea! Spiegherò questi messaggi servendomi di un testo discorsivo e ragionato.

Le difficoltà e le soddisfazioni di scrivere un libro


Il linguaggio è frutto di un distacco, di un allontanamento tra gli individui, e quale miglior scritto poteva prendere vita se non quello che esortava a liberarsi da tutte le identificazioni che fanno da spartiacque, per poi assaporare ogni evento? Quale miglior argomento per far cadere l’inutile e unire le persone nella gioia?

Cominciai il lavoro di stesura intorno ai 25 anni. Se penso all’età media in cui i grandi scrittori hanno prodotto il primo libro risulto molto tardivo. Ma io non sono un grande scrittore, non mi metto assolutamente al loro fianco. A dir la verità, non mi sono mai considerato “scrittore”. Sono solo una persona che ha molto da dire, e lo fa servendosi della penna e della tastiera.

Non so se al mondo esista uno strano essere che, in qualche oscuro modo, sia riuscito a scrivere un libro di getto e senza organizzare l’impalcatura che precede il vero lavoro di scrittura. I capitoli, gli argomenti, le fonti, la strutturazione della storia, dei luoghi, dei personaggi e via dicendo. Ricordo il primo periodo. Mi divertivo molto a organizzare i capitoli. Iniziai a scrivere con vera gioia e motivazione. Quando però mi avvicinai più o meno alla metà del testo la faccenda cominciò a inasprirsi. Fuoriuscirono le insicurezze, i blocchi, la stanchezza, la svogliatezza… Credo che la causa di ciò sia stata una carente esperienza nel mondo della scrittura.

La conosci quella tenue ma incessante sofferenza generata dalle doti che possiedi e da ciò che invece riesci ad espletare? È il classico caso in cui sai cosa dire e sai che vale la pena dirlo, però quando lo dici non lo hai espresso come volevi.

Tuttavia sapevo che avrei concluso quel lavoro, anche perché settimana dopo settimana lo vedevo prendeva forma in maniera quasi autonoma e perfetta. Ricordavo di aver organizzato il percorso, i capitoli, i sottocapitoli, gli aforismi da inserire in quel determinato contesto, eppure era come se non l’avessi fatto io. Il libro prendeva forma per vita propria e utilizzava me come strumento.

Giungere alla fine di un libro è un’esperienza fantastica, vero? Pensa al momento in cui scrivi l’ultima parola del tuo libro. Pensa a quello che hai vissuto e scritto, in tutta la sua gioia e dolore. Conosci quella sensazione, ne sono certo.

Per essere felice devi sapere chi sei


Per essere davvero felice non puoi essere solo, o sola. Per non essere soli è necessario sapere chi si è. Dunque, la felicità non può esserci se non sai chi sei. Il titolo forse non è del tutto esatto. Non è stata la scrittura in sé a rendermi la gioia, perché niente al di fuori di te può essere così potente da darti la felicità duratura. Più che altro (lo scrivere) mi ha permesso di rendermi conto che la solitudine non esiste, di essere felice a prescindere e di aumentare questa condizione di vita.

Nella prima parte del libro ho concretizzato su carta un capitolo che si è rivelato essere una teoria fenomenale, almeno per me. In sostanza mi ha permesso di conoscere la mia vera parte innata, ciò che sono realmente, e non ciò che credo di essere. Tutti, dentro di noi siamo in due, come minimo. Dopo questa presa di coscienza cominciai a far interagire queste due parti: dialogavano tra loro, domandavano e rispondevano, si facevano compagnia. In fondo quando parliamo da soli è questo che facciamo, più o meno consapevolmente.

Ogni esperienza veniva vissuta con la consapevolezza di non essere mai solo, anche quelle definite sgradevoli. I messaggi continuavano a presentarsi sempre più fitti e all’apparenza complessi. La gioia si gonfiava tanto che certe volte dovevo come vomitarla, lasciarla andare. Non ero ancora abituato ad essa, ero un contenitore ancora troppo minuto e poco malleabile. Ma cresceva e rivelava la sua vera natura: la felicità non è quello stato euforico che spesso viene confuso con essa. Per questo dico che trasportare fuori, nel materiale, quelle informazioni, è stato vitale. Lo scrivere si è tradotto in una delle migliori cose che potessi fare nella mia vita.

Dentro c’è mancanza di boriosa vanità


Come ho detto all’inizio: cosa mai potrei consigliarti? Non lo dico per recitare il classico personaggio del finto modesto, che fa sempre una certa presa se interpretato egregiamente. Non mi sento all’altezza per questo. Non saprei cosa dire per esserti d’aiuto, magari sarai tu stesso ad estrarre qualcosa di utile o di stimolante da queste righe. Posso solo parlare della mia esperienza di novizio, di come l’andare a fondo, ma proprio all’interno, e di come l’introspezione conduca alla sincerità. Sincerità con se stessi in primis, e per effetto col mondo intero.

Quando c’è sincerità viene a mancare quella boriosa vanità che intacca ogni personalità che si diletta nello scrivere. Quando succede questo, secondo me le frasi escono in modo sicuro, inevitabile, ma soprattutto vero, e questo il lettore lo percepisce sempre, o quasi. Ci possiamo addirittura prendere la soddisfazione di far connettere il lettore alla propria parte innata, avendo utilizzato solo le proprie parole. Ma ti rendi conto di come questa gioia può raddoppiare, triplicare, decuplicare?

Scrivo perché divengo sincero, vado a fondo, so chi sono, non sono mai solo e sono realmente felice. Scrivo e riesco, magari, a rendere sincera anche un’altra persona, e, ancora magari, felice. Non è fantastico?

Assenza di solitudine è sincerità, che è felicità, che si trasforma in comunicazione con gli altri

Chiudo con un consiglio. È un precetto dell’ I Ching, mi affido a lui perché sono troppo timido, parlando di scrittura. Quando scrivete fatelo in due, sarete più sinceri e forse più gioiosi. Nessuno è mai solo quando riesce ad essere in compagnia di se stesso.


Gioia divisa è gioia doppia. (I Ching)







9 commenti:

  1. Ciao Grazia, è sempre molto bello sentirti! Nel dolce Friuli? E io che pensavo che tu fossi emiliana... Lascio un parere sul post di Andrea, scritto benissimo tra l'altro. Il tuo percorso Andrea è quello che auguro a tutti gli adolescenti che spesso non trovano il senso della vita e si sballano per non pensare. Al contrario tu suggerisci di rientrare in se stessi, cominciare a conoscersi... è dentro di noi il vero tesoro. Dici che non c'è spiritualità in questo? A me sembra invece il principio di ogni spiritualità: imparare a conoscersi e ascoltare il proprio cuore. Sant'Agostino: "L'uomo quando avrà conosciuto se stesso, non si trascuri. E se trascurava se stesso quando non si conosceva, non si trascuri più una volta conosciutosi."

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    1. Infatti sono bolognese, ma da nove anni mi sono trasferita in Friuli, luogo natio di mio marito, che però sembra più bolognese di me, alla fine... ;)

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    2. La vedo come te, si tratta proprio del principio della spiritualità. Anche io auguro un percorso di autoconoscenza a più persone possibili, anzi, è proprio quello che sto divulgando da qualche anno per merito della nostra amica scrittura :)
      Ti sono grato dei complimenti.

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  2. "[...]Lo scrivere si è tradotto in una delle migliori cose che potessi fare nella mia vita.
    [...]Assenza di solitudine è sincerità, che è felicità, che si trasforma in comunicazione con gli altri [...]".
    Queste sono le frasi che mi hanno colpita di più. Questo scrittore mostra di essersi reso conto, sin dagli esordi, di un dato fondamentale: scrivere è sia esprimere se stessi in maniera necessaria, quasi viscerale, sia cercare di comunicare qualcosa agli altri, qualcosa che possibilmente sia loro utile.

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    1. Ciao Francesca, vedo che hai evidenziato il nucleo della questione. Il tuo commento accresce la mia gioia :)

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  3. La gioia è indispensabile nella vita di qualsiasi essere umano, indipendentemente dal fatto che si esprima nella scrittura. L'assenza di gioia rovinerebbe anche il migliore tra gli scrittori, fosse pure Dante Alighieri in persona. Ho imparato a rialimentare la caldaia della gioia in tempi recenti, anche svolgendo attività di scrittura per gli altri e prive di compenso. Complimenti per l'articolo!

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    1. Ciao Cristina, la gioia è indispensabile ma la vedo scarseggiare nella vita delle persone. Il modello di vita che normalmente viene propugnato non insegna ad avere la gioia come scopo, ma a bramare futilità indirettamente collegate alla propria gioia. Ma hanno poco a che vedere con essa. Grazie dei complimenti.

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  4. E' da sempre innegabile questo effetto terapeutico della lettura e della scrittura, sua conseguenza per molti naturale.
    Bello il tuo scritto.
    Trovi da me un premio per te. :)

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    1. Un'altra piccola folata che soffia nella mia vela fatta di parole. Grazie, grazie :)

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