27 settembre 2017

Dall'Olimpo con furore



 Walt Disney - l'Olimpo


 Avere le idee chiare sulla direzione da prendere,
ma muoversi al rallentatore.
Succede, nella vita come nella scrittura.
Serve una spinta… oppure basta disinserire il freno a mano?



Sono critica con me stessa. Nei miei confronti uso criteri molto più restrittivi di quelli che applico al resto dell’umanità. Mi rimprovero per ogni errore e omissione, mi scandalizzo persino: se vedo chiaramente come dovrei comportarmi, perché non progredisco in fretta? Almeno in teoria, mi dico, l'intransigenza dovrebbe accelerare il processo.

Alla prova dei fatti, è vero il contrario. La severità che ho nei miei confronti mi fa sentire costantemente al di sotto delle aspettative, produce sensi di colpa e mina la mia autostima, tutte delizie che a loro volta rendono più probabili gli errori e mi rendono meno intraprendente. Meglio cercare una via di uscita da questo circolo vizioso.


Inizierei con il togliere di mezzo il verbo “dovere”, che ho iniziato a considerare uno dei Mali del mondo. È vero, esistono cose che devo fare, ma sono un numero molto più ristretto di quanto sono abituata a credere. Devo curare la revisione della storia, perché la prima stesura è improponibile a chicchessia. Devo procurarmi del cibo se voglio mangiare. Per passare l’esame di guida devo raggiungere un certo punteggio. Tutte queste attività avvengono nell’ambito del fare e hanno uno scopo ben preciso, che le pone al di fuori delle mie scelte e dei miei gusti personali: mi serve X, perciò devo fare Y. In tutti questi casi il verbo “dovere” funziona soltanto da rafforzativo. Tanto varrebbe ometterlo, e non creare un’atmosfera di coercizione su fatti ovvi.

Ma esistono casi in cui il dover fare nasconde una contraddizione, e i miei “devo” si trasformano in “dovrei”. Dovrei scrivere almeno mezz’ora al giorno, visto che so quanto sia importante l’abitudine. Dovrei smettere il brainstorming generale sulla Nuova Storia e iniziare a delineare una scaletta, se voglio iniziare la prima stesura. E poi dovrei fare compagnia a mia madre, smettere di battibeccare con mio marito, meditare ogni giorno anziché a giorni sparsi…

A guardarci da vicino, però, qui non si tratta di dover fare, quanto piuttosto di dover essere. Vorrei obbligarmi a essere meno pigra, più coraggiosa, più compassionevole, più paziente. Peccato che l’incompatibilità tra i termini “dovere” ed “essere” inceppi il meccanismo preposto a trasformare le mie idee in azioni, e invece di spronarmi mi mantenga ferma sul posto. Inutile girarci intorno: non posso essere migliore a comando... nemmeno se al comando ci sono io.

Purtroppo la gestione dei “dovrei” è costosa in termini energetici, oltre che vacillante nelle premesse. Le cose, così come sono, hanno sempre una ragion d’essere. Niente viene dal niente; tutto ha una causa, per quanto nascosta. C’è un motivo se reagisco in un certo modo in determinate situazioni, se cose che per altri sono normali mi costano un grande sforzo, se amo questo e detesto quello. In fondo è il principio dell’interdipendenza di cui parla la filosofia buddista: “questo è, perché quello è; questo non è perché quello non è”. Tutto ha una causa, e le cause sono a loro volta causate, in una catena senza fine. Questo mi ricorda quanto sia importante riuscire a perdonare non solo gli altri, ma anche – anzi, prima di tutto – se stessi per le proprie manchevolezze, e imparare a conviverci in una certa misura.

Il miglioramento parte da dentro


Sono come sono, in questo specifico momento della mia vita, per milioni di circostanze che decido di perdonare a scatola chiusa. Questo non significa certo che io non possa cambiare. Anzi, sono ogni giorno diversa; e non si tratta di un processo esclusivamente involontario: posso indirizzare idee, pensieri, energie nella direzione che reputo migliore, più al passo con i miei valori e i miei gusti di oggi, ed essere certa che questo lavoro dall’interno mi modificherà – forse in tempi più lenti di quanto vorrei, ma comunque in modo percepibile – e quel cambiamento interiore si rifletterà all'esterno.

Non basta la teoria


In un angolino di me – ben nascosto, o l’avrei già smantellato – alberga la certezza che ogni idea positiva che produco o assorbo sia già un trofeo acquisito. Illusione! Le idee, per buone che siano, sono soltanto una fase preparatoria alla messa in pratica. Se non mi “sporco le mani” (tanto per parodiare il titolo di un manuale di scrittura a caso), le idee restano interessanti ma vuote. È l’esperienza viva che produce il cambiamento.

Concentrarsi sulle battaglie, non sulla guerra


Da brava teorica, mi viene spontaneo pensare sempre le cose in grande – quello che definisco “ragionare dall’Olimpo”, quando a praticarlo è mio figlio. Riuscirò a vivere meglio i miei rapporti più problematici? Ce la farò a scrivere fino in fondo la Nuova Storia? Sarà bellissima come la immagino adesso, mentre è ancora ben sigillata nella mia fantasia? Ritroverò il piacere di cucinare?

È come se mi ostinassi a strabuzzare gli occhi per vedere oltre l’orizzonte, quando in realtà è buio e posso vedere due metri oltre i miei piedi. Per questo ho pensato di rivedere la diffusa convinzione che ci si debba concentrare non sulle singole battaglie, ma sulla guerra. Se l’obiettivo è preciso e affrontabile, questo ragionamento fila; ma su argomenti meno tangibili – quelli che coinvolgono l’essere, e non semplicemente il fare – la guerra si fa contro la nebbia. Non esistono tattiche rodate, non esiste un preciso punto di arrivo; può persino capitare di cambiare idea in corso d’opera sulla validità dell’obiettivo. Che sia vera guerra, lo capisco solo dai disagi che mi causa. Le battaglie, invece, le individuo benissimo – così bene che so in anticipo su quali bucce di banana scivolerò.

Per questo voglio focalizzare i miei sforzi proprio su queste quotidiane battaglie, non considerandole nel loro insieme, ma singolarmente, come mini-guerre a sé stanti, accettando con filosofia di alternare vittorie, sconfitte e pareggi, senza mettere in gioco chissà quali poste. Non so se in futuro sarò costante nello scrivere, ma oggi scrivo per un’ora. Può darsi che quella persona continuerà a irritarmi appena apre bocca, ma stavolta concludo il nostro incontro con un sorriso. Arte culinaria o meno, domani preparerò la cheesecake ai frutti di bosco.

“Baby steps”, li definiscono i colleghi anglofoni. Piccoli passi, passi leggeri. Smetto di preoccuparmi del Grande Quadro e faccio la mia parte come posso, senza perdermi tra autocritiche che si sono già dimostrate dannose.


E voi, come ve la cavate con le vostre sfide personali? Ragionate dall’Olimpo, o siete più pragmatici?



BOLLETTINO DEL LETTORE

Ho appena terminato Vita di Siddharta il Buddha, a cura di Thich Nhat Hanh. Ho trovato emozionante essere sulla mia poltrona, nell’anno 2017, a leggere che oltre duemila anni fa il Buddha diceva ai suoi monaci che i suoi insegnamenti sarebbero rimasti vivi per secoli dopo la sua morte, se avessero perseverato nel cammino verso l’Illuminazione.

Ho finito di leggere anche The Night Circus, di Erin Morgenstern (qui il libro in italiano). La sua magia mi è rimasta appiccicata addosso. Complimenti all'autrice di questa storia complessa, affascinante e originale, il cui nome è già di per sé una promessa (Morgenstern significa “stella del mattino”, in tedesco).


BOLLETTINO DELLO SCRITTORE

Ho iniziato a progettare la Nuova Storia usando il metodo Snowflake. Superata l’antipatia iniziale per il tono fiabesco del libro, ho trovato i suggerimenti dell’autore molto equilibrati, tanto che ho deciso di metterli alla prova. (Se volete sapere qualcosa in più sul metodo, vi suggerisco questo post di Serena Bianca De Matteis.)






23 commenti:

  1. Il cammino verso l'illuminazione è irto di ostacoli che noi stessi ci creiamo. Riusciamo finalmente a procedere quando diventiamo indulgenti con noi stessi. Questo è quello che ho imparato dalla mia esperienza e anche assimilando la filosofia buddista. Una volta ero molto severa con me stessa, inseguivo la perfezione e mi dannavo per raggiungerla, poi ho capito che la perfezione non esiste. È importante impegnarsi ma non possiamo morire per inseguire un modello impossibile, per questo credo nei piccoli passi, nella costanza e perseveranza. Procedo così nella vita e nella scrittura...

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    1. La ricerca della perfezione è così istintiva... forse l'abbiamo conosciuta, in qualche luogo, in qualche tempo, e non riusciamo a rinunciarci. :)

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  2. “Il miglioramento parte da dentro” e parte quando lasci finalmente andare. Quando non esiste più il dovere, ma prevale l’essere. Si parte da qui (e ora) e si procede a passi di bimbo, incerti forse, ma pur sempre passi. Si cade, ci si arrabbia perché si vorrebbe essere laggiù e invece si è ancora qui. Poi, ad un certo punto, si guarda indietro e si pensa che in fondo ne abbiamo fatta di strada sulle nostre gambette. Che non siamo così male come pensavamo (e pensiamo ancora, sommessamente).
    È proprio vero Grazia, le idee se ne vanno a spasso e contaminano il respiro di chi le sta cercando senza ancora conoscerle.

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    1. Ci si arrabbia, sì, anche quando si è scoperto il rimedio... ma è molto meglio di prima. :)

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  3. Sento molte affinità con quello che dici. Grandi teorie, idee che non si tramutano in pratica, propositi che restano troppo lontani dalla realtà. Giusta la tua conclusione, sono le piccole battaglie quelle che contano, giorno dopo giorno. Ultimamente sto provando a spezzettare in tanti pezzi i miei grandi propositi, a volte riesco, altre mi sento sopraffare, come se non riuscissi a gestire un cambiamento neppure con piccoli passi. Sono pragmatica, ma evidentemente non abbastanza :( Ma provare conta molto, no?

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    1. Provare è tutto, secondo me. :) Qualcuno ha detto che siamo padroni del nostro lavoro, non dei suoi risultati. Non trovare la via per provare, invece, è la sofferenza di un uccello che sbatte contro le sbarre della voliera, senza accorgersi dello sportellino aperto.

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  4. Nella storia la parola "dovere" ha fatto dei danni incalcolabili per secoli. E' riuscita a contaminare e a sciupare il piacere, che non ha quella connotazione negativa che è stata attribuita alla parola. Spesso basta sostituire la parola "dovere" con "volere" ed ecco che cambia la prospettiva con cui si affrontano le cose, da quelle piccole a quelle più impegnative. Perlomeno è una delle mie tecniche! :)

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    1. Sto usandola anch'io, ultimamente, e funziona, anche se il retaggio familiare non è facile da superare. :)

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  5. Chi più chi meno si ritrova a fare i conti con la realtà che spesso si presenta dura.
    Conosci il Buddismo, quindi sai bene che anche i momenti di buio totale sono necessari a ritrovare la luce. Detto così, però sembra una frase presa in prestito dal cartiglio dei famosi cioccolatini. Lo so ^__^
    Dal mio punto di vista (sia chiaro, quello di un’imbranata che si scorna un giorno sì e l’altro pure un po’ su tutto, ma che poi riflette ;-)) ti sei già data la risposta: quando le persone pretendono di essere perfette, oltretutto su mille fronti, inevitabilmente iniziano a perdere fiducia nelle proprie capacità, nei propri talenti. In una parola in se stessi.
    In pratica si amano sempre meno e di conseguenza ogni piccolo ostacolo si ingigantisce.
    In questi momenti è importante pescare nell’archivio della propria memoria per attingere alle emozioni che abbiamo sperimentato quando siamo riuscite a raggiungere una meta che ci stava a cuore. Non mi riferisco a traguardi eroici, ma anche piccole cose che ci hanno fatto star bene, dicendo a noi stessi: “Cavolo, sono stata brava, me la so cavare bene quando voglio”.
    Sottolineo il “quando voglio”, perché di fatto, raggiungiamo i nostri scopi solo se li desideriamo davvero.
    Sei sicura di volere veramente tutto ciò che ti sei prefissa?
    Dico solo che porsi obiettivi importanti è sacrosanto, ma non dobbiamo diventarne schiavi.
    Certo, non suggerisco di vivere alla giornata, ma ricordarsi che le mete si raggiungono un passo alla volta è fondamentale e aiuta a chiarire le idee.
    Come diceva qualcuno, ogni stagione ha i suoi frutti e sono tutti squisiti.
    Un giga abbraccione!

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    1. Ah, il cartiglio dei cioccolatini! E' un rischio costante, quando si parla di questi argomenti, ma con me puoi andare tranquilla. ;) Direi che sì, so dove voglio andare e cosa mi dà gioia, ma sulla via funziono a intermittenza. Se passo più tempo a dubitare di ciò che ho voglia di scrivere, che non a scrivere, sto coltivando dubbi, non romanzi. Un esempio a caso, eh! Grazie della risposta polposa, e un grande abbraccio di ritorno. :)

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  6. Sono d'accordo con tutto il post, ma specialmente con la cheesecake ai frutti di bosco :D
    La parola dovere davvero ha fatto (e continua a fare) molti danni, anche nella vita di tutti i giorni. Chi ha detto che "devo" stirare le lenzuola? Sono pulite, sono asciutte, le uso così, e il tempo che dovevo stirarle faccio quello che "voglio". Chi ha detto che "devo" spolverare tutta casa ogni settimana? Se qualche angolo me lo dimentico e lo spolvero ogni due, non muore nessuno. Intanto però ho guadagnato altro tempo per me. Non sempre però viene facile, perché fin da piccoli ci inculcano il "dovere".
    E poi, ma credo solo da quest'anno, effetti del My Peak Challenge presumo, ogni qual volta la mia mente inizia a ragionare al futuro, alle guerre, agli impegni, ai progetti lunghi, e mi viene l'ansia per le troppe cose che vorrei fare tutte e subito, mentalmente mi blocco: "Oggi è oggi, al domani ci pensi domani". E' così che mi sono messa a correre. Sennò c'era sempre altro che "dovevo" fare e quell'ora scappava sempre nel cestino.

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    1. Già, la lista non finirebbe mai. Sul lato pratico sono diventata anch'io una maestra del "lo faccio se lo ritengo necessario, e quando decido che è il momento" (tanto le cose restano lì ad aspettarmi, non c'è la fila dei candidati...). Su questioni meno banali, invece, la lotta perdura, con fasi buone e altre più dure. Si chiama forse "vita" questa cosa? ;)

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  7. Questa riflessione mi è piaciuta davvero molto. A tratti mi è sembrato di leggere di fronte a uno specchio: ma questa sono io, mi sono detta. Non so se dipenda dalla nostra comune appartenenza zodiacale, ma sul dovere/dovrei mi trovi pienamente d'accordo. Io agisco per piccoli step, l'ho capito da qualche anno a questa parte che è il metodo che mi dà più risultati, lento, sì, ma più efficace. Porsi il grande obiettivo, da una parte e costruirlo anche un passo al giorno, dall'altra, perché l'indigestione di idee e propositi mi ha condizionato l'esistenza, in passato e non mi è stata d'aiuto. Sono una persona con una spiccatissima autocritica, direi feroce e mi perdono tutto molto poco: sto imparando ad ammorbidire il mio rigore e a focalizzare l'attenzione sulle cose che so fare, anche non benissimo, ma che nei fatti mi sono sempre risultate fattibili. La scrittura è una di esse. Il miglioramento parte da dentro, è proprio vero.

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    1. Che bella la sintonia! Riscalda più del termosifone... ;)

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  8. Leggo i commenti e da più parti sento quello che vorrei scrivere io. Forse perché gli Italiani sono il popolo delle grandi teorie. Anche la nostra scuola è molto teorica e poco pragmatica. Viene da sé che abbiamo sviluppato un approccio diverso alla vita rispetto agli Americani o ai Tedeschi. Salvo accorgersi che gli Italiani lo fanno meglio, come mi ha detto mio figlio che ora si trova in Francia a studiare. Quindi sfruttiamo il retaggio culturale a nostro vantaggio: i grandi progetti sullo sfondo a rla via e tanti piccoli step quotidiani per raggiungere la meta. Può andare come nuova teoria del vivere? Io mi ci ritrovo molto ^_^

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  9. Ciao Grazia! Utilizzavo già istintivamente il metodo dello Snowflake senza conoscerlo! Per esperienza posso dire che rischia di risultare lento. Secondo me fai bene ad abbinarlo alla costanza nello scrivere quotidianamente.

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    1. Lento sì, ma se evita di dover riscivere parti intere, ben venga! Quanto alla scrittura quotidiana, per ora è un miraggio, ma arriverà quel momento. ;)

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  10. Non mi stupisce questo insieme di elucubrazioni. C'è chi dice che appartengano in modo particolare a noi donne. Chissà.
    Ci sentiamo continuamente messi alla prova rispetto ai nostri impegni, e ogni volta sentiamo come una ripartenza che poi si rivela essere esattamente la stessa strada di prima, con errori consueti, distrazioni, pigrizia.
    Forse semplicemente dovremmo semplificare. Forse è questa la chiave di tutto.

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    1. Semplificare... ci penserò. All'animo femminile in particolare non può fare male.

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  11. ultimamente ho appreso da me stessa che le cose semplici non sono parte della mia natura, ergo sono attenta pianificatrice del mio essere "costruita", che come parola non piace ma non presuppone cose forzatamente negative ANZI

    scusa, forse sono andata un po' fuori dal seminato, ma quanto hai scritto, mi ha portato questi pensieri

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    1. Essere "costruiti" può anche significare che si presta attenzione a cosa si vuole diventare e cosa no, invece di lasciarsi trasportare dalle circostanze. Se intendevi questo, non sembra affatto un male.

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    2. (Mi piace uscire dal seminato...)

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